AUGURI ADRIANO, TI RICORDO CON RABBIA

DI UMBERTO SINISCALCHI

Forse sono il solo, ma mi viene più facile ricordare Adriano Panatta (auguri!) per le inusitate sconfitte che per le grandi vittorie.
Sempre epico il giocatore romano, uno baciato dal talento, dal successo e dalle conquiste femminili, prima di sposarsi, ma non tanto dalla voglia di allenarsi. Eppure le condizioni c’erano tutte. È nato povero, Adriano, suo padre era il custode del circolo tennis Parioli, e lui si è ritrovato come per magia con la racchetta in mano.
Così, certo, resta nella storia del tennis il tris Roma-Parigi-Coppa Davis del ’76, con il numero 4 nel ranking ATP. Ottimo il suo repertorio (grande servizio, due ottimi colpi da fondo, l’incredibile padronanza nel gioco di volo). Ma, nella mia memoria, restano più le assurde sconfitte in Davis contro il dilettante cameriere ungherese Szoke o quella, ancora più dolorosa, nella finale del ’77, 11-9 al quinto contro John Alexander.
Così come quel terzo turno all’Open USA, l’anno dopo. Aveva Connors in mano, al quinto set. Servì per il match sul 5-4, arrivò a 30 pari, poi si spense la luce e Jimbo andò a vincere la partita (7-5) e il suo terzo Us Open (su 5 in totale).
Più ancora, nel 1979. Non proprio erbivoro, Panatta approfittò di un tabellone da sogno e si ritrovò ai quarti, a giocarsi la semifinale contro un americano semisconosciuto, Pat Duprè. Due set a uno, un break di vantaggio, ed ecco lo psicodramma. L’americano vinse il quarto e poi il quinto, con un punteggio alla Panatta, 14-12.
Certo, nessuno tranne Adriano ha battuto Borg a Parigi (1976 e 77), solo Pietrangeli ha avuto la sua classe. Solo Panatta avrebbe potuto essere Panatta. Un grande giocatore che avrebbe potuto essere grandissimo, se solo lo avesse voluto un po’ di più