STORIE. FRANCO FERGNANI A PIAZZA DELLA FATTICITÀ

DI LUCA MARTINI

Sono seduto nel sole d’inverno dell’area cani di piazza Aspromonte, un rettangolo di poveri giardinetti aperto a due passi da piazzale Loreto. Vedo a cento metri da me due botteghe con insegne orientali che hanno sostituito un vecchio e polveroso ristorante cinese, frequentato per i prezzi bassi molti anni prima che andasse di moda il Giappone del sushi – e quindi i gestori non avevano ancora aggiornato i loro menu, né cambiato casacca, presentandosi a loro volta come figli del Sol Levante: tanto a Milano chi distingue un cinese da un giapponese?

È proprio in quel ristorante in cui capitai quasi per caso una sera di mezzo agli anni Novanta che vidi seduto in un angolo e intento a chiacchierare con un cameriere – un cinoitaliano grasso e sudato – il professor Franco Fergnani, docente di Filosofia morale alla Statale di Milano ed autore di un libro almeno fondamentale, La cosa umana (Feltrinelli).

Prima di riconoscerlo nell’avventore solitario che mi dava le spalle, percepii il ron ron della sua voce, caratterizzata da una erre francese non si sa quanto amplificata dalla frequentazione assidua dell’esistenzialismo d’oltralpe, di Sartre e di Merleau. Fergnani stava raccontando qualcosa a un ignorante – tutti lo erano in relazione al coltissimo docente – con lo stesso tono suadente e cortese che usava con i suoi studenti, fossero geni in erba o asini patentati. Ma per una volta, fuori dalle mura protettive dell’università, mi sembrò che il professor Fergnani, frequentatore probabilmente abituale di un locale baracconesco stipato di lanterne cinesi scassate e di draghi serpeggianti sui muri rossi, fosse l’uomo più solo e indifeso del mondo, nonché il meno portato alla normale e volgare comunicazione che si usa nel quotidiano, nei suoi riti e negli inciampi – e pure mi sorprendeva che lui evidentemente timidissimo, e schivo fino alla fobia, da come lo conoscevamo – e da come lo voleva il mito del personaggio che si era costruito attorno a lui e si nutriva di storie cupe di deportazione e prigione – si riducesse a scambiare due parole proprio con quel cinoitaliano non solo incolto, l’ho notato prima, ma persino volgare come il locale ostentatamente orientale.

Mi attraversò allora l’ipotesi che Fergnani parlasse sempre, senza quasi interruzione, e che il lungo filo di pensieri che era il suo filosofare continuo – quasi un corpo a corpo con le idee – nelle aule di via Festa del Perdono, non si stoppasse mai così come non si fermava in quell’ora mattutina di lezione. Che, insomma, quel filo rimanesse sempre teso e si servisse dei suoi termini più usati nel descrivere la contrapposizione alla cosiddetta fatticità anche per ordinare un piatto di pollo alle mandorle, il quale forse, al termine dalla quotidiana demarche del docente, aveva battuto in brecciabattu en brèche – nelle scelte di Fergnani, alla maniera in cui Schopenauer superava Kierkegaard, il maialino in agrodolce – le parole inconsuete che troverete qui mi tornano adesso dalla memoria di quei vecchi tempi.

Il filo di pensieri del professore, nelle ore mattutine di lezione, era spettacolarmente percorribile pure dalle giovani teste di cazzo che eravamo, stipate nell’aula 511, e nasceva – o riprendeva campo -, si apriva e si estendeva fino a blandirci, toccarci, contornarci e abbracciarci addirittura, dopo che il docente aveva eseguito una serie di gesti frettolosi.
Fergnani, arrivato in una nube di agitazione, posava con furia a lato della cattedra una borsa di pelle logora e pesante di libri, e poi consumava questo sì forse con slancio parcamente voluttuoso un sigaretto lungo al mentolo – lo aspirava in un borbottio che segnalava come già abbondantemente accese le fonti del suo pensiero parlante.

Il suo flusso di parole nei fatti non aveva punti né stop evidenti per i 45 minuti accademici almeno; presentava invece scatti, scarti, riprese, finte, dribbling, sombreri, colpi di tacco, rabone, deviazioni e specificazioni, e continui aggiustamenti di termini, tesi nei cambi di sillabe e di vocali a un avvicinamento quasi improcrastinabile e necessario a una svolta di senso, specie se le parole adoperate, forgiate e come riattivate da Fergnani erano tradotte da tedesco e francese in italiano – ma accadeva pure quando lo fossero, tradotte, riaggiustate e ricalibrate, dall’italiano all’italiano.

Avevamo, come ho detto in precedenza una visione panoramica di un pensiero nel suo farsi e disfarsi, nella messa a fuoco continua, e potevamo usufruirne perché il vertiginoso ron ron e l’alambiccarsi in qualche misura nevrotico di Fergnani avveniva – si sarebbe detto per una forma di gentilezza – alla velocità trattenuta di una dettatura. Che noi scrivessimo tutto quello che a tratti Fergnani pronunciava quasi dolcemente – poiché il suo animo poteva assumere sembianze femminee, come quando per esempio si concedeva il sigaretto, o si scostava nei corridoi per non essere d’impaccio a chi andava di fretta, e questo aveva poi reso celebre in ateneo la sua camminata sghemba lungo i muri contro cui quasi si appoggiava passo dopo passo – che noi lo seguissimo insomma annotando sui quaderni anche le virgole del discorso, diveniva un suo suggerimento garbato e un dono, un nutrimento e nondimeno un atto di libertà, di libera scelta, proposto a noi eventuali copisti, e non già un’imposizione fredda che giungeva ex cathedra.

Ma quella sera del ristorante cinese, nel pieno degli anni Novanta, quella dell’entrata – mia – nel locale Kitsch della quotidianità culinaria e delle fritture più azzardate, quella sera era speciale per me, mi sentivo ed ero sul crinale di una scelta, alla vigilia di una decisione quasi obbligata che avrebbe potuto distruggere la mia vita professionale e, al modo di un cancro, parti considerevoli della mia identità di uomo. Avevo 32 anni, l’età di Oblomov benché in un altro secolo, e come Oblomov ero una persona non cresciuta, non formata, in stato di enigmatiche difficoltà concernenti me stesso, ossia il presente e il futuro immediato – e c’era un aut aut ben preciso all’orizzonte dell’indomani stesso, e all’apparenza non procrastinabile ulteriormente. Ero in sintesi un ragazzo disperato.

Rivedere al fondo del ristorante dove ero entrato per caso e dove stavo riprendendo un po’ di calore dopo il freddo patito in una sera di vagabondaggi senza costrutto e senza pace, rivedere la cara figura del professore Fegnani, che da anni avevo perduto di vista e dimenticato – la cara figura di Franco, mi viene da dire adesso, che è morto e manca da un decennio -, ovvero una delle poche persone che, appena sfiorata, avrei potuto chiamare Maestro, pure con la maiuscola, senza sorridere sprezzante un attimo dopo, alla stregua del Letzte Mann nietzchiano o del Salaud di sartriana memoria… Bene, io quella sera mi avvicinai al Maestro, istintivamente, vincendo la timidezza con lo stato di agitazione in cui mi trovavo, e gli tesi la mano, quasi con fretta e con una certa ridicola positura marziale, biascicando qualcosa sulla mia ammirazione senza condizioni per lui. Fergnani si ritrasse ovviamente come si fosse spaventato per questa improvvisa proposta di contatto e rispose con una scossa vigorosa della testa, che esprimeva la sua ben riposta incredulità, alla mia domanda se avesse cessato di insegnare: come potevo pensarlo dal momento che lui era lì a scrutarmi, ancora vivo, e tuttora capace di ragionare, di dare la caccia, di approssimarsi al vero – fosse anche in compagnia di un cuoco succube di un’orgia di sofisticati cibi imprigionati in chili di spugnoso e ottundente riso cantonese -, e di fissare la fatticità del reale con i suoi occhi piccoli e marroni, pungenti come spilli.

Aggiunsi solo, in un inchino, e col fare solenne e definitivo di chi è destinato alla forca il giorno dopo, che era stato un piacere averlo incontrato nella mia vita, ed essere stato spettatore di quelle lezioni che… bene, non mi avevano portato a nulla, anzi forse avevano contribuito a farmi sentire più pericolosa ancora la rovina, il senso di annientamento, di nientizzazione che mi respiravo quel giorno addosso. Sparii nascondendomi in un tavolo lontano in preda al mio dilemma, al nodo dilemmatico, borbottai anzi tra me e me, come se facessi per istinto l’imitazione dell’incomparabile Maestro.

Il giorno dopo, con sorpresa, il nodo dilemmatico si sciolse da solo, e favorevolmente: fu il più classico dei colpi di fortuna a risparmiarmi il disastro. Anche se il nodo stesso non mi sembra ora, a ripensarci, poi così cogente come mi appariva un tempo. A distanza di tanti anni mi rimane però l’emozione grande di quell’ultimo incontro casuale con il professor Franco Fergnani, cui – come accade stamattina in piazza Aspromonte – rendo un grazie che devo alla sorte ma che si mischia da allora alla sua nobile e in qualche modo paterna figura.

NOTA Nel decennale della morte di Franco Fergnani, Feltrinelli edita a settembre nella collana Eredi un volume intitolato Jean-Paul Sartre: contiene una folgorante lettura de La Nausea del filosofo francese. Prefazione, d’autore, di Massimo Recalcati.

Franco Fergnani (1927-2009) – scrive una nota della casa editrice – è stato un filosofo e un antifascista. Ha insegnato Filosofia morale all’Università Statale di Milano e ha dedicato la sua ricerca al marxismo critico e all’esistenzialismo, scrivendo importanti studi su Lukács, Sartre e Jaspers.