AUTONOMIA DIFFERENZIATA. E’ A RISCHIO L’UNITA’ DEL PAESE

DI GUIDO MELIS

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Ieri mattina sono stato chiamato, in due distinti interventi, a dire (brevemente) la mia nella trasmissione Rai “Radio anch’io” sul tema dell’autonomismo “differenziato”. Con questa espressione, apparentemente innocua, si sta giocando, nel disinteresse dei più, una partita di enorme importanza per tutti noi, e in particolare per noi sardi. Come dice l’ex ministro Claudio De Vincenti, e io concordo con lui, “è a rischio l’unità stessa del Paese”.
Si affrontano due visioni inconciliabili: quella della valorizzazione e rilancio delle autonomie regionali nel quadro della Costituzione e quella della “secessione strisciante”. Ieri la prima posizione era rappresentata dal presidente della Regione Emilia Romagna; la seconda dal presidente del Veneto e da esponenti della classe dirigente regionale lombarda. Il punto focale del dibattito è semplice: a chi spetta il cosiddetto “residuo fiscale”, ossia quel “tesoretto” che è dato dal di più tra risorse fiscali estratte da ogni regione e somme restituite dallo Stato a quella regione per esservi investite. Lombardia e Veneto, che per ragioni storiche oltreché economiche evidenti, producono più gettito fiscale, chiedono il reimpiego di quel gettito a proprio vantaggio. Il che ha per rovescio della medaglia un altro assioma: chi paga meno di tasse riceve meno soldi dalla mano pubblica.
Senonché glia articoli dal 114 al 120 della Costituzione dicono ben altro. “La Repubblica è una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, garantendo il principio che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge”. “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”.
Riguardo alle “risorse” non esiste in Costituzione alcun cenno al “residuo fiscale”. Le tasse – dice bene De Vincenti – non le pagano i territori, dopo averle raccolte dai cittadini residenti come fossero loro risorse proprie, ma le pagano individualmente i cittadini in base alla residenza. Le imprese, anche quelle diffuse sul territorio nazionale, pagano le tasse nel luogo dove hanno posto (e spesso per proprie ragioni particolari anche casuali) la propria sede societaria. I cosiddetti “residui fiscali” sono un dato di fatto ma “derivano semplicemente dal fatto che i cittadini in diverse condizioni economiche sono diversamente presenti nei diversi territori”. Se per paradosso avvenisse in Italia un fenomeno simile a quello verificatosi negli ultimi anni negli Stati Uniti, cioè il trasferimento massiccio di persone e patrimoni dalla costa orientale a quella occidentale dell’Atlantico, con spostamento concreto di ricchezza dall’una all’altra area, la Lombardia e il Veneto potrebbero trovarsi paradossalmente più “povere”, quanto a residui fiscali, di altre regioni oggi svantaggiate. Un tempo noi avevamo la SIR: dove pagava le tasse la SIR? Capite bene che la domanda non è oziosa.
Ascoltando Radio anch’io, mentre aspettavo di dire la mia, mi è parsa assai più convincente la posizione dell’Emilia Romagna. Questa Regione non chiede, come le altre due, l’attribuzione “di forza” di intere materie oggi a competenza statale o mista (addirittura gira un disegno di legge che dà alle Regioni scissioniste il potere di decretare cosa non è più competenza statale), ma invece propone una serie di “collaborazioni” tra Regioni e Stato che alleggeriscano la presenza del secondo e diano spazio all’iniziativa delle prime. Invece di usare la scure per tagliare le competenze, l’Emilia chiede di usare il bisturi intelligente del chirurgo consapevole.  E chiede di farlo in sedi istituzionali nazionali. Ciò corrisponde  – per seguire De Vincenti – alla lettera e al contenuto dell’articolo 116 della Costituzione, che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” nell’ambito delle materie codificate dal successivo articolo 117, e “non certo (cito sempre De Vincenti) l’attribuzione per intero a una Regione della competenza esclusiva su una o più di esse”. Si tratta di “aspetti particolari”, essi sì trasferibili alle Regioni, non di intere materie.
Tutto ciò è puro  buon senso. Il reticolo territoriale italiano è molto integrato (basti pensare al reticolo autostradale, a quello ferroviario, alle stesse comunicazioni digitali), secondo una tendenza che fa parte dei tempi attuali. E i diritti dei singoli sono d’altra parte inalienabili e sanciti in Costituzione. Come ammettere che la Lombardia abbia ospedali nettamente migliori (già oggi accade di fatto, ma non di diritto: e fa una bella differenza) a discapito di Regioni povere condannate a strutture meno efficienti? Quale eguaglianza si può garantire in un quadro di esasperato egoismo regionalista al cittadino che ha la sventura di nascere in zone meno fortunate? E altrettanto si dica per la scuola e l’università (dove si fa addirittura aleggiare il fantasma di un corpo docente reclutato sulla base dell’origine regionale anziché per titoli scientifici), e per altre materie come i beni culturali. Di chi sono le Alpi? Solo dei lombardi e dei veneti? E il mare della Sardegna? E la laguna di Venezia? e il Colosseo e il Foro romano? Quali garanzie avremmo di una politica di tutela ispirata ai medesimi principi e assistita da una uniforme cura della conservazione e  valorizzazione del bene?
Si può immaginare uno scenario in cui lo Stato scompaia, ridotto a poche funzioni (quali? la difesa nazionale e la politica estera?), con le Regioni in gara tra di loro, ognuna padrona – come si usa dire – “in casa propria”? Magari con il solo temperamento di una solidarietà verso i meno fortunati, che somiglierebbe a qualcosa come la carità cristiana?
Sta accadendo invece. E nel disinteresse generale di tutti. E la cosa più assurda è che noi sardi, che da sempre viviamo di sostegno statale (e che saremmo i primi ad essere penalizzati dalla introduzione del criterio del “reddito fiscale” rispendibile solo in loco nelle regioni ricche) ce ne stiamo inerti e beati a guardare. Nessuno ne ha fatto motivo di campagna elettorale e allegramente i sardi hanno votato i leghisti.
Cos’è? Una forma inedita della sindrome di Stoccolma, per cui gli ostaggi fanno tifo per i loro carcerieri?