FELICI DA SOLI? IMPOSSIBILE

DI PADRE MAURIZIO PATRICIELLO

“ Padre, vieni a benedire…”.
Davanti alla chiesa diverse auto sostano con il loro prezioso carico di carità. Dai caldi contenitori, nei bagagliai aperti, fuoriesce un delizioso profumo di pietanze cucinate in casa. Alcuni dei nostri giovani, infatti, come fanno spesso, hanno preparato il pranzo da portare ai fratelli barboni della stazione centrale di Napoli e agli immigrati di Villa Literno, nel Casertano.
Quattrocento pasti completi, destinati a raddoppiare all’arrivo di altri gruppi. Gli alimenti li hanno comprati con i loro risparmi, cucinati con le loro mani, nelle loro case.
Benedico. Partono felici. Li accompagno con lo sguardo. Sento il cuore che si ingrossa.
Nemmeno loro sono ricchi, lo so bene. Sono giovani dal futuro incerto, dal lavoro precario, dalle paghe insufficienti. Ma contenti di essere nella volontà di Dio. Vanno ad incontrarlo nei più poveri tra i poveri. Giovani testardi che vogliano fare più bello il mondo. Hanno imparato che un solo atto di bontà vale più di mille discorsi fatti sulla povertà pronunciati da chi non ha davvero a cuore i poveri, e si sono dati da fare.
La benedizione prima di partire è un rito. Un momento ricco di significato. Quasi un atto liturgico. I pasti acquistano ulteriore bellezza. Qualcosa che li rende sacri. Con quella benedizione desidererebbero moltiplicare i bocconi per gli affamati. Come fece Gesù. Ma sanno che i miracoli, oggi, il Signore continua a farli per mezzo nostro. Non è giusto chiedergli di fare ciò che possiamo e dobbiamo fare noi. La fede nel Figlio di Dio non può, non deve diventare un paravento alle nostre negligenze, alle nostre omissioni.
“ Dategli voi stessi da mangiare…” disse ai suoi amici il giorno in cui sfamò la folla nel deserto. “ Condividete ciò che avete… spezzate con chi è nel bisogno il pane… spalancate le porte del vostro cuore inquieto… il superfluo datelo in dono…”, dice oggi a chi Gli vuole bene. A noi, nonostante le nostre deficienze, i nostri limiti, le nostre miserie. A noi, che a volte manchiamo di fiducia in noi stessi e nelle sua Parola. Che non sempre ci accorgiamo di quanto siamo ricchi e necessari. Preziosi come la pupilla dei Suoi occhi.
Noi con Gesù. Noi come Gesù. O, meglio, Gesù stesso in ognuno di noi.
Domenica, cerco di spiegare ai bambini che se gli uomini si volessero più bene, la povertà potrebbe essere completamente debellata. I bambini, nella loro innocenza, non capiscono “perché allora non si fa”. Li invito a prestare le loro mani ai fratelli che le hanno avute rovinate dalle malattie, dalla vecchiaia, dagli incidenti stradali per fare un applauso a Gesù per il dono immenso della vita.
Lo fanno con entusiasmo. Fortemente. Ripetutamente. I presenti si emozionano; penso che anche Gesù si sia commosso.
Non si può essere felici da soli. Nessuno lo sarà mai. Nemmeno occorre aspettare di possedere chissà quali carismi o quali capacità o conti in banca per mettersi al servizio del prossimo.
A Cafarnao, Gesù incanta tutti nella sinagoga mentre spiega le Scritture. Pronuncia, infatti, con autorità parole che toccano il cuore, cambiano la vita, donano la pace.
Imitiamolo.
È sera.
I giovani ritornano dalla loro missione per partecipare all’ultima Messa. Sono radiosi. Raccontano degli incontri fatti, dei sorrisi strappati ai barboni e agli immigrati infreddoliti.
È proprio vero: la gioia autentica si trova solo nel donare. La gioia è a portata di mano più di quanto si possa immaginare, perché nessuno è tanto povero da non poter donare niente.
Oh, se gli uomini prendessero sul serio le parole, gli inviti, le promesse, le sfide di Gesù! Si accorgerebbero finalmente di vivere in un mondo più bello di quello delle favole, abitato dalle fate.