LA MORTE DI VALENTINA CORTESE, NON SOLO DIVA COL FOULARD

DI MICHELE ANSELMI

 

Diceva di sé: «Sono un’attrice vecchio stampo. Ma se scelgo un testo che richiede una recitazione più moderna mi stacco dalle tende e divento surrealista, dodecafonica, futurista, non c’è che da scegliere». In buona misura era così Valentina Cortese, morta stamattina nella sua casa di Milano a 96 anni (era nata il 1° gennaio del 1923). La frase è tratta dall’autobiografia “Quanti sono i domani passati” e bene ha fatto il regista Francesco Patierno, per il documentario creativo “Diva!” dedicato proprio all’attrice, a recuperarla, facendola dire a una delle otto interpreti ingaggiate per restituire, in forma di monologo, un pezzo di quella vita così ricca di incontri, eventi, amori.
Valentina Cortese aveva bellissimi capelli sotto quel mitico foulard portato fino alla fine, e diventato quasi un marchio di fabbrica, un vezzo divistico, fors’anche un modo per ricordare le proprie origini, essendo lei stata allevata da una famiglia contadina nelle campagne poco fuori Milano. In “Effetto notte” di François Truffaut la smemorata diva da lei interpretata magnificamente viene definita “una super Duse”, e certo il confronto con Eleonora Duse bene o male ha volentieri punteggiato la carriera artistica di Valentina Cortese.
Lei un po’ ci giocava, chissà fino a che punto prendendosi sul serio. Ho l’impressione che dietro l’apparato fortemente “iconico”, fatto di toni di voce e gesti da primadonna, foulard e colbacchi, sorrisi e cene eleganti, amori hollywoodiani e prime alla Scala eccetera, l’attrice fosse una donna spiritosa, in buona misura capace di prendersi anche un po’ in giro, nutrendo e sabotando il personaggio che s’era cucita addosso.
Ha scritto di lei Maurizio Porro, giornalista e critico che la conosceva bene: «Era l’ultima divina, si dice sempre così, ma in questo caso abbiamo le prove, è vero: una divina che sotto la scenografia dell’abito e del trucco nascondeva, diceva per comodità dato che il personaggio sofisticato funzionava, una donna generosa, sincera, straordinaria, come sanno quelli che l’hanno conosciuta, amata, guardata negli occhi o su quella pelle da bambina».
In effetti Valentina Cortese sapeva destreggiarsi con abilità tra mondanità, cinema e teatro, senza rinunciare ad amori tempestosi: in gioventù il direttore d’orchestra Victor de Sabata, poi l’attore americano Richard Basehart (dal quale ebbe il figlio Jackie), infine il regista teatrale Giorgio Strehler.
Al cinema era arrivata al successo con “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti, accanto ad Amedeo Nazzari, diventando uno delle dive “di regime”, salvo cambiare ruoli e stile di recitazione nei film del primo dopoguerra, come “Un americano in vacanza” di Luigi Zampa o “Le amiche” di Michelangelo Antonioni. Poco dopo il salto a Hollywood, dopo Alida Valli e prima di Virna Lisi, ma non durerà molto l’esperienza nella Mecca del cinema, nonostante i film con Gregory Peck, James Stewart, Spencer Tracy, Humphrey Bogart, appunto il marito Basehart. Intanto ha imparato le lingue, il che le tornerà utile negli anni Sessanta, quando si riavvicinerà al cinema con titoli come “Quando muore una stella” di Robert Aldrich, “L’assassinio di Trotsky” di Joseph Losey, il già citato “Effetto notte” di Truffaut, “Fratello Sole, Sorella Luna” di Franco Zeffirelli, “Giulietta degli spiriti” di Federico Fellini.
Ma è il teatro, nel sodalizio professionale e sentimentale con l’amatissimo Strehler, ad assorbirla totalmente, e non c’è che la scelta negli spettacoli da citare: da “Il giardino dei ciliegi” di Cechov a “I giganti della montagna” di Pirandello, da “La congiura” di Prosperi al collage scespiriano “Il gioco dei potenti”, fino al dialettale “El Nost Milan” di Bertolazzi.
Amica e sostenitrice della poetessa Alda Merini, sempre generosa nel raccontare gli incontri con colleghe del calibro di Marlene Dietrich, Greta Garbo o Marilyn Monroe, affettuosa nel ricordare Mariangela Melato nei giorni della morte, da tempo Valentina Cortese aveva dato l’addio alle scene, mostrandosi sempre meno in pubblico. Teorizzava: «Un’attrice deve prendere il divino dal fondo di sé stessa. Se lo ha, si lasci pure possedere».

Michele Anselmi per Siae