L’ULTIMO FILM DI WAJDA: STORIA DI UN ALTRO “UOMO DI MARMO”

DI MICHELE ANSELMI

Non sembra proprio il film di un regista novantenne, già provato nel fisico eppure capace fino all’ultimo di raccontare con spirito indomito alcune fosche stagioni della storia polacca. Andrzej Wajda morì a Varsavia il 9 ottobre del 2016, poco dopo aver completato il montaggio del suo “Il ritratto negato”, che solo ora esce nelle sale italiane, da giovedì 11 luglio, per audace iniziativa di Movies Inspired.
Non so in quanti lo vedranno sul grande schermo, con l’aria che tira per il cinema d’autore e nonostante i tentativi di allungare la stagione immettendo decine di titoli in sale perlopiù vuote. Solo a pronunciare il nome di Władysław Strzemiński, il vero protagonista della vicenda, viene il mal di testa, e tuttavia “Il ritratto negato” merita una visita: perché il film, passato alla Festa di Roma 2016, sigla il congedo di un grande regista che non le mandava a dire sin dai tempi di “L’uomo di marmo”; e perché custodisce un messaggio di libertà, per quanto disperato, contro la censura occhiuta, l’arte piegata all’ideologia comunista, la distruzione sistematica di una voce indocile.
Nella Polonia del 1948, mentre la sovietizzazione si fa più serrata, il prestigioso pittore-scultore Strzemiński. amico di Malevič, Chagall e Rodčenko, insegna all’Accademia delle Belle Arti di Łódź. L’artista, fondatore di un movimento estetico chiamato “Unismo” e alle prese con la compilazione di un ambizioso volume sulla “teoria della visione”, viene considerato dagli studenti una sorta di profeta dell’avanguardia, ma qualcosa sta cambiando nell’aria.
Benché abbia militato nel partito, dopo aver perso una gamba e un braccio in battaglia nella Prima guerra mondiale, Strzemiński finisce nel mirino dei solerti funzionari ministeriali che lo vorrebbero custode di un’arte di Stato in linea con la dottrina stalinista.
“Da che parte sta?” gli chiedono senza tanti complimenti. “Dalla mia” risponde l’artista, e a quel punto verranno i giorni dell’umiliazione, dell’indigenza, anche della fame. Morirà di stenti, fiaccato dalla tubercolosi, il 26 dicembre del 1952, poco dopo aver provato a guadagnare qualcosa come vetrinista in un negozio d’abiti femminili.
Anticipando un po’ il tema di “Opera senza autore” del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, passato a Venezia 2018, Wajda firma una cine-biografia che intreccia le libertarie teorie di “uno degli artisti polacchi di maggior talento” (parole sue) con la descrizione di un mondo cupo e illiberale, desolato e grigio, nel quale tutto sembra già scritto. Ogni tanto spunta l’invenzione metaforica, come quel gigantesco pannello rosso con l’effige di Stalin che viene issato sulla facciata del palazzo in cui abita Strzemiński, togliendogli la luce, ma in generale Wajda documenta, episodio dopo episodio, la diabolica e burocratica vessazione nei confronti di un artista considerato ribelle, quindi da isolare, punire, mortificare, annullare.
Una sorta di “via crucis” che il film, racchiuso nella durata aurea di 98 minuti e un po’ ingessato nel dispositivo narrativo scelto, non addolcisce mai, creando nella spettatore una sorta di disagio quasi fisico, perché nulla viene risparmiato all’artista e ai suoi familiari, mentre anche gli studenti finiscono nel bieco ingranaggio della delazione.
L’attore Bogusław Linda è bravo e misurato nel dare corpo all’artista: nella prima scena, essendo menomato e dotato di grucce, si rotola giù da una collinetta per raggiungere più velocemente i suoi studenti, ai quali insegna che “noi vediamo solo ciò di cui siamo consapevoli”.
Michele Anselmi per Siae