VOLTAIRE O LA DIFFICOLTA’ DI MORIRE

DI LUCA BILLI

Era un bizzarro paese la Francia della seconda metà del Settecento: i filosofi erano considerati popstar. E di conseguenza la loro morte era un avvenimento pubblico.

Sono i primi giorni del 1778, l’ottantatreenne Voltaire decide di tornare a Parigi: è malato e sa che non vivrà ancora a lungo. Ha passato gran parte degli ultimi ventotto anni nel castello che si è costruito a Ferney, in una sorta di esilio autoimposto. Ferney è a pochi chilometri dal confine svizzero, e, in un tacito accordo tra le autorità francesi e il filosofo, pare godere di una sorta di extraterritorialità. A Ferney, in questo trentennio, Voltaire ha finanziato la costruzione di oltre cento case, di una scuola e di un ospedale, di un serbatoio d’acqua e della fontana pubblica; ha promosso la bonifica delle paludi e ha dato sussidi agli artigiani – specialmente orologiai e tessitori – affinché vi si trasferissero.

Prima di morire Voltaire vuole tornare a Parigi, per rivedere la sua città, ma soprattutto per definire con le autorità e la stessa corte i termini della sua morte. Il filosofo non vuole che il suo corpo sia disperso per l’opposizione delle gerarchie cattoliche a una sua degna sepoltura – quello che era successo alla sua amica e amante Adrianne Lecouvreur – e le autorità francesi vogliono evitare lo scandalo di un rifiuto di sepoltura dell’intellettuale più famoso d’Europa. Voltaire non vuole piegarsi a una pubblica ammissione di fede né le autorità ecclesiastiche possono accettare che il miscredente più famoso di Francia venga sepolto con tutti gli onori. Bisognerà comunque trovare un accordo, magari per una sepoltura a Ferney. E per questo all’inizio di febbraio Voltaire torna a Parigi, accolto trionfalmente dalla folla, che si accalca lungo la strada per salutare la sua carrozza e davanti al palazzo del marchese de Villette, che lo ospita, in quanto marito – proprio per volontà di Voltaire, incurante che il marchese sia un noto omosessuale – della figlia adottiva del filosofo Reine Philiberte de Varicourt.

Le condizioni di salute di Voltaire sembrano stabili, il filosofo riceve amici e discepoli. Il 30 marzo assiste a una rappresentazione della sua tragedia Irène, durante la quale il busto dell’autore viene portato sul palco e cinto di una corona. Il 7 aprile, insieme al suo caro amico Benjamin Franklin, aderisce alla loggia massonica delle Nove sorelle. Voltaire continua a scrivere come sempre, ma ben presto la sua salute si aggrava. Pare che per due volte padre Gauthier, della parrocchia di Saint-Sulpice, si rechi da lui per cercare di ottenerne una dichiarazione di fede cattolica. I preti vogliono quell’ammissione per usarla a fini propagandistici e naturalmente Voltaire, pur indebolito dalla malattia, lo sa bene e resiste.

Il filosofo però non ottiene quello per cui si è recato a Parigi, non fa in tempo, anche per l’ostilità della corte che se ne sta a Versailles. La sera del 30 maggio Voltaire muore. A questo punto la situazione si complica: c’è da gestire il corpo, ma anche l’eredità – parecchio sostanziosa – del filosofo. Da un lato ci sono la figlia adottiva e il marito marchese, dall’altro ci sono i nipoti, tra cui spiccano Madame Denis – che è stata anche l’ultima amante di Voltaire – e un giovane prete, l’abate Mignot, parroco di Scellières. E intanto la folla continua a stazionare sotto il palazzo del marchese, ansiosa di vedere il grand’uomo. La morte di Voltaire viene tenuta segreta per due giorni. Nel frattempo il cadavere viene imbalsamato in maniera sommaria, vestito, caricato su una carrozza e condotto a Scellières, dove il nipote, nonostante il divieto dell’arcivescovo di Parigi, celebra una messa solenne e fa seppellire l’illustre zio. I medici che fanno l’autopsia di Voltaire ne asportano il cervello e il cuore, che vengono portati rispettivamente alla Biblioteca nazionale di Francia e alla Comédie Française, come una specie di reliquie laiche. Nel frattempo spuntano da ogni parte dichiarazioni di fede dettate da Voltaire in punto di morte, su cui si accendono vivaci discussioni: gli anticlericali le rifiutano come tentativi della chiesa di insozzare la memoria del filosofo, ma anche i cattolici più oltranzisti dicono che non bastano quelle poche parole a riparare i tanti peccati di chi ha scritto della chiesa “écrasez l’infâme”.

Passano alcuni anni e scoppia la Rivoluzione, grazie anche agli scritti di Voltaire.

Il marchese de Villette, che ha rinunciato ai propri titoli, e ora è semplicemente Charles Villette, promuove un’azione legislativa per far tornare i resti di Voltaire a Parigi e anzi per seppellirlo in maniera solennemente laica nel Pantheon, ossia la chiesa in stile neoclassico dedicata a santa Genoveffa, completata con ironico tempismo proprio nel 1789 e che quindi il governo rivoluzionario ha trasformato in un mausoleo in cui dare sepoltura alle grandi personalità del paese.

L’11 luglio 1791 Voltaire – o quello che ne rimane – torna definitivamente a Parigi. Pochi giorni prima è tornato a Parigi anche il re Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire dalla città e dal controllo del nuovo governo rivoluzionario.

Il viaggio di Voltaire viene organizzato nei minimi particolari. I resti del filosofo, arrivati da Scellières, giungono dove un tempo sorgeva la Bastiglia e qui caricati su un carro trainato da quattro cavalli bianchi su cui campeggia il busto di Voltaire. Il corteo lambisce il Louvre, così che il re ormai umiliato dalla fuga possa vedere chi è davvero degno dell’onore dei cittadini della Francia, raggiunge il palazzo di Villette, dove il filosofo è morto e dove è costruito in tutta fretta un anfiteatro, dove siedono, tra gli altri, le sorelle Calas, ossia le figlie di Jean che, condannato a morte a seguito di un’accusa infondata, è stato successivamente riabilitato proprio grazie all’azione di Voltaire, alla pressione che, con i suoi scritti, ha fatto sull’opinione pubblica e sul re. Infine, prima di arrivare al Pantheon, il corteo, seguito da migliaia e migliaia di persone, si ferma al Théâtre de la Nation, per l’omaggio all’autore del Brutus. E finalmente le spoglie di Voltaire raggiungono il Pantheon, dove è sepolto fino a quel momento soltanto Mirabeau, il cui feretro sarà tolto quando verranno scoperti i suoi contatti segreti con il re. L’11 ottobre 1794 accanto ai resti di Voltaire saranno tumulati, con feroce e non voluta ironia, quelli di Rousseau, costringendo i due filosofi che non si erano mai amati in vita a stare accanto nella morte.

Passa anche la rivoluzione e i “nemici” di Voltaire chiedono a Napoleone di riesumarne il corpo e toglierlo dal Pantheon, ma l’imperatore, nonostante tutto un figlio della rivoluzione, non cederà mai.

Passa anche Napoleone e nel 1821 Luigi XVIII ordina che il Pantheon sia nuovamente consacrato come chiesa di santa Genoveffa. Gli oltranzisti cattolici chiedono che il corpo di Voltaire venga rimosso, ma il re – con un inaspettato spirito volterriano – rifiuta, dicendo che il filosofo “è già punito abbastanza per il fatto di dover ascoltare la messa tutti i giorni”. La Monarchia di Luglio fa tornare il Pantheon un tempio laico, poi la Seconda Repubblica lo fa consacrare di nuovo come chiesa e la Terza lo destina di nuovo – questa volta in maniera definitiva – come mausoleo per i grandi di Francia: Voltaire – nel frattempo Napoleone III ha disposto che il cuore gli sia ridato – rimane sempre lì, accanto a Rousseau, nonostante sorga tra i nemici dell’illuminismo la leggenda che le ossa dei due filosofi siano state nottetempo trafugate e gettate via. E’ servita una commissione d’inchiesta scientifica per dissipare ogni dubbio.

Nonostante avrebbe preferito una tomba nella piccola città su cui il filosofo dell’illuminismo aveva “regnato” come un signore feudale, credo che Voltaire si sarebbe divertito di fronte alle piccole meschinità che hanno accompagnato le sue ossa.

Se gli sparvieri hanno sempre avuto lo stesso carattere, perché volete che gli uomini abbiano mutato il proprio?

Voltaire era profondamente pessimista, perché non credeva che gli uomini potessero cambiare. Il filosofo della Rivoluzione non riusciva proprio a credere alle rivoluzioni.