CI FOSSE VITA, CI FOSSE ANCHE LA VITA

DI EMILIO RADICE

Sbalordito dal Golestan e poi dalle altre bellezze di Samarkanda oggi non riuscivo più a dire altro che quello: ci fosse anche la vita, la confusione, un’aria di libero daffare, un po’ di mercato fuori dell’ossessivo “hallo, how are you?” che ti rinnovano a ogni bottega che sfiori, che ti lanciano come una lenza ad ogni ristorante… Ci fosse anche la vita semplice, normale, attorno alla commovente bellezza di Samarkanda. Invece no, la vita qui è stata tramortita. Se appena appena guardate oltre l’abbaglio delle cupole, dei minareti e dei mausolei, tutti inesorabilmente splendidi, potrete apprendere la durezza del ghetto, la stupidità di un muro, perché non molti anni fa Samarkanda è stata tagliata e ricucita in modo che i suoi quartieri popolari diventassero invisibili e i suoi monumenti, invece, rifulgessero solitari e occidentalizzati. Attorno al mausoleo del Tamerlano, a quello di sua moglie, alle tombe delle sue sorelle e dei suoi figli, ci sono solo torme di turisti, ma il popolo resta dietro un muro. Muri veri, muri lunghi, muri separanti. Muri interrotti ogni tanto da una porta di metallo come fosse quella di una casa. Invece è la porta di un quartiere, quello ebraico ad esempio, e l’idea del ghetto diventa immagine concreta. Agghiacciante. Così la bellezza di Samarkanda si trasforma in quella di una farfalla trafitta da uno spillo e fissata su un pezzo di cartone. Bellissima ma ferita a morte, a meno che la città, pian piano, non si riprenda la sua vita, le sue strade, la sua umana confusione. Lo spero.