LA CATTIVERIA È UNA CREATURA MOSTRUOSA, PRONTA AD ESPLODERE

DI ONOFRIO DISPENZA

Ieri alla radio si discuteva un tema estremamente drammatico, la condizione carceraria. La notizia era di tre suicidi in cella in pochi giorni. Il carcere è una pena, come è giusto che sia, ma spesso commina pene accessorie pesantissime che la condanna, le leggi e il diritto non prevedono.
In Italia, carceri che rispettino l’uomo si possono contare con un paio di dita. Carcerati e agenti penitenziari spesso si ritrovano dalla stessa parte, a condividere una situazione drammatica, pesante, insopportabile, esecrabile. Dicevo, si parlava dei suicidi in carcere, tema apprezzabile, offerto in una stagione che tende a distrarre un modo che tende sempre più a voltarsi altrove.
Se non sbaglio, se ne parlava nell’approfondimento del mattino dell’amica Eleonora Belviso. Tema scomodo. Ebbene, quello che mi ha colpito è stato il messaggio di un ascoltatore. Sostanzialmente diceva: “Pure Giuda, che aveva tradito Gesù, si impiccò…!”. Come a dire, perchè mai dovremmo preoccuparci della “scelta” tragica di un detenuto, di uno che ha sbagliato e che in carcere deve starci. Che pure ci muoia, è nelle cose.
Lo sappiamo, il nostro è un tempo segnato da una gara continua, nervosa, spasmodica e paranoica alla cattiveria. Tutti in gara, guai a restare indietro. Se il tuo vicino di social è cattivo, tu devi dare prova di una cattiveria più spinta.
Non si può restare indietro, la soddisfazione è guardarsi allo specchio e vedersi ai lati delle bocca il sangue colare, dopo aver azzannato il primo che ti passava davanti. Naturalmente essere cattivi con chi è più debole di noi è assai più facile, la Storia ci ha avvertito che essere spietati coi potenti può avere un costo, anche pesante. Quindi, meglio dedicarsi a quelli che sono in affanno. E sappiamo di questi tempi cosa si mette a tavola per soddisfare le nostre fauci, come alimentare la nostra logorroica, ma anche concreta, cattiveria, come segnarla su una tastiera è buttarla dai gradoni del Colosseo sulla polvere dell’anfiteatro.
Un amico, Giandomenico Vivacqua proprio oggi mi segnala una considerazione di Massimo Cacciari, che condivido e qui ripeto:”E’in corso una mutazione di natura antropologia, perchè se 20 anni fa a qualcuno di noi avessero raccontato che si sarebbe restati indifferenti di fronte a donne e bambini che muoiono annegati per fuggire da miseria e guerra, non c’avremmo creduto”. Di più, caro professore, aggiungo io, siamo già oltre l’indifferenza, siamo nel piano dell’accanimento, dei sassi pesanti e appuntiti contro ogni debole, profugo, senza tetto, carcerato, comunque appartenente ad un mondo sofferente che temiamo possa inghiottirci. Paura che la povertà e la miseria possano inghiottirci. Convinti che il muro possa salvarci.
Torniamo al messaggio iniziale alla radio e che la radio ci ha riferito, quello su Giuda che il suicidio se lo cercò e se lo meritò, come se lo cercano quanti sbagliano e finiscono in galera. Si, perchè in questa cattiveria dilagante ed estrema il carcere diventa condizione che ovviamente dovrebbe non finire mai, mai dovrebbe recuperare. La cattiveria che ci ha preso suggerisce continuamente di chiudere la cella e gettare in mare le chiavi. E se chi in carcere ci è finito e tira le cuoia prima, tanto di risparmiato. Ebbene, nel sentire riferito quel messaggio, mi sono chiesto: è giusto che si riprenda e si rilanci con un eco vasto, ogni piccola o grande goccia di questo nuovo distillato che è l’ odio? “Siamo tutti sotto inchiesta”, recita una strillata trasmissione radio.
Siamo tutti davvero sotto inchiesta, tutti a doverci fare un esame: media, giornali, radio, tv, animatori famelici, noi, dei social. Dobbiamo interrogarci se è giusto imboccare la cattiveria, farla crescere oltre ogni limite fino a farne una creatura paurosamente obesa, pronta ad esplodere.