QUI NON SIAMO IN ITALIA, SIAMO A MILANO

DI ALESSANDRO GILIOLI

Qui non siamo in Italia, qui siamo a Milano», ha detto ieri il presidente del Milan calcio Paolo Scaroni presentando il progetto del nuovo stadio: e la frase, che può sembrare solo sciocco e provinciale campanilismo, nasconde invece una questione gigantesca su cui è urgente riflettere e agire.

E la questione è semplice: come già in buona parte avvenuto per Londra nel Regno Unito, si sta creando una frattura sempre più profonda tra Milano e il resto del Paese.

Tutti gli indicatori lo confermano, e non solo quelli economici: l’Italia va in una direzione, Milano in un’altra.

Da una parte c’è una metropoli su cui cascano miliardi di investimenti stranieri (dalla Cina e dal Golfo, soprattutto), dove si costruisce e si progetta di costruire, dove si concentrano ricerca università e sviluppo, dove il tasso di imprese è doppio rispetto al resto del Paese, dove il Pil dell’area metropolitana è il quarto in Europa, dove l’ottimismo prevale di molto sulla rabbia, insomma dove si vivono nuovi rampanti anni “da bere” (auspicabilmente senza le ruberie di trent’anni fa).

Dall’altra parte c’è un Paese che è tutto il contrario, tanto come indicatori quanto come “sentiment” (frustrato, rancoroso e terrorizzato dal futuro).

E non sto parlando solo di Roma, con i suoi annosissimi problemi, ma soprattutto delle infinite aree interne e degli infiniti piccoli centri, quelli che guadagnano qualche titolo sui giornali solo quando votano “a sorpresa” il partito più incattivito del momento o quando qualche demografo ne denuncia lo spopolamento e la fuga dei giovani.

Ora, appunto, qualcosa di simile si è già visto a Londra, turbinosa e multietnica megalopoli iper vivace e danarosa incastonata in un paese malconcio, malinconico, pieno di povertà e disuguaglianze estreme. E non è esattamente un caso che la capitale inglese si sia rivelata un’isola di “remain” in un mare di “leave” dall’Europa. Anche Milano vota ormai in modo totalmente diverso rispetto al resto del Paese – fin dal referendum di Renzi, e poi il 4 marzo e ancora alle europee.

Ora, come Scaroni così anche molti miei conoscenti milanesi di questa differenza rispetto al resto d’Italia si inorgogliscono e perfino ci gigioneggiano, «siamo una città Stato» mi ha detto l’altro giorno un’amica e non è che scherzasse troppo. Ho scoperto che esiste pure una testata digitale che si chiama così, sottotitolo “Milano libera di gestirsi come le grandi città d’Europa”.

E per carità, lo capisco l’orgoglio cittadino va bene, ci sta.

A me sembra tuttavia che si stia per porre un gigantesco problema politico e sociale che riguarda tutto il Paese.

Se la forbice tra una singola città e il resto d’Italia si allarga all’infinito, questa cosa non fa bene a nessuno, come ogni eccessiva diseguaglianza.