ROBERTA RAGUSA, GIUSTIZIA, VENDETTA O SOLO TRISTEZZA?

DI ANNA LISA MINUTILLO

Tensione per una decisione che si attendeva da sette anni ormai, telecamere, inviati, fotografi, curiosi tutti lì per la sentenza definitiva.
L’imputato è Antonio Logli, l’accusa quella di aver ucciso sua moglie, Roberta Ragusa e di averne nascosto il cadavere.
Una donna madre di due figli, accusata anche di essere troppo presente nelle loro vite, di seguirli oltre misura a scuola richiedendo incontri con i professori, anche quando non vi era un reale bisogno.
Una madre attenta ai loro bisogni, proprietaria di una scuola guida, lavoratrice, realizzata.
Una donna che ha scelto di farsi aiutare nel suo ruolo da una tata, Sara Calzolaio, di cui è diventata amica nel corso degli anni.
È molto bella Roberta, è una donna che non avrebbe certamente faticato per ritrovarsi dietro molti adulatori, ma lei è dedita alla famiglia, ai figli, al marito.
La sua è una storia come tante: una casa da gestire, un’attività da mandare avanti, giorni normali, che trascorrono tra un progresso ed un obiettivo raggiunto.
Da un po’ di tempo però le sfugge qualcosa dalle mani, vede più distacco tra lei e suo marito, vede distrazione laddove fino a poco tempo prima c’era amore, o almeno lei riteneva che fosse così.
Non ama fare congetture, si è sempre fidata dell’uomo che ha scelto di avere al fianco, lei figlia unica, senza genitori, in lui ha trovato la sicurezza che cercava.
Ma non ci crede più Roberta, le capita di ascoltare telefonate che Antonio, il suo amore, si recava in soffitta a fare.
Diventa inquieta, sente la tranquillità vacillare e si consiglia con qualche amica rivelando loro il sospetto di essere tradita, arrivando ad ipotizzare anche che la seconda donna potesse essere proprio Sara, quella donna amica che fa la tata ai suoi figli, ma che aiuta anche nell’autoscuola.
La luce negli occhi di Roberta si spegne, il suo umore cambia, le sue certezze non sono più tali, e così, in una fredda sera d’inverno, in pigiama, senza portare nulla con sé, avrebbe deciso di allontanarsi da casa volontariamente, sparire per non farvi piu’ ritorno.
Così, come se fosse tutto facile, come se separarsi dai figli che ama più della sua stessa vita, equivalesse ad un’inezia.
La cercano Roberta, lei che non si sa a che ora sia sparita da quella casa, lei che non è neanche stata notata da Antonio per tutta la notte in quel letto, dove non è mai entrata.
La cercano i figli che si rivolgono a numerose trasmissioni televisive, che creano gruppi dove segnalare qualunque avvistamento di quella donna, che non è una donna a caso ma è la loro mamma.
Ogni tanto qualcuno la avvista in luoghi di relax e mare, altri la vedono in alcuni negozi, altri ancora ipotizzano una fuga d’amore riferendo di averla vista allontanarsi dopo essere salita sull’auto di uno sconosciuto.
La verità è che invece Roberta non si trova, che nulla conduce a lei, che tutto l’amore che ha donato non equivale all’amore ricevuto.
La verità è che pensare ad una donna che con una scrollata di spalle abbandoni quei figli a cui tanto tiene non è ammissibile, la verità è che pensare a lei porta alla luce il ricordo di Elena Ceste, di Melania Rea, di Guerina Piscaglia, donne serie, madri di famiglia, donne ritrovate cadaveri o non ritrovate affatto, intanto che il tempo le consuma e ne consuma il ricordo.
Il sospetto di Roberta era fondato, Antonio infatti aveva una relazione con Sara, la tata dei suoi figli.
Dopo un anno dalla sua sparizione e dopo essersi confrontato con i figli, Antonio invita Sara a vivere in casa con loro.
Sara, la tata, quella che non aveva una famiglia sua, prende il posto di Roberta.
Lascia le foto di Roberta esattamente dove sono sempre state, ma ne occupa il letto, prendendo il posto che occupava Antonio in modo che sia quest’ultimo a giacere dove lo faceva sua moglie.
Sara che nega pochi giorni dopo la sparizione di Roberta di avere una relazione con Antonio e lo fa in modo fermo e deciso davanti alle telecamere, rispondendo piccata ad una domanda rivoltale dai giornalisti.
Sara che non dubita mai di Antonio, che accudisce questa famiglia, che vede la sua vita cambiare, che viene inseguita da stampa e fotografi, ogni qualvolta si crea l’occasione.
Sara che ama Antonio, che parla bene del suo rapporto con Roberta, ma che non trova mai il tempo ed il modo per parlarle di ciò che è accaduto al suo cuore, di farlo così, serenamente, proprio come si fa tra donne, tra amiche.
Sara che vuole bene ai figli di Roberta, che se ne prende cura, Sara che oggi è rimasta sola, senza il suo Antonio, con il sogno di una famiglia irrealizzato, con il timore di trovarsi sempre nell’occhio del ciclone.
Sara che forse avrebbe dovuto avere più buongusto e magari vivere questa relazione lontano da quella casa, quel luogo in cui il ricordo di Roberta continuava ad abitare.
Così tra i sorrisetti di Antonio che non hanno mai tradito espressioni di tristezza, di dolore, tra qualche intervento in trasmissioni televisive, tra dubbi ed incertezze, è trascorso il tempo.
Molti lo ritengono innocente poiché non esiste un corpo, non esistono prove convincenti, tutto si basa su una testimonianza che lo vedrebbe in auto simile alla sua, su di una strada a discutere ad alta voce con una donna.
Antonio che è scostante, poco simpatico, Antonio che consiglia all’amante di disfarsi del cellulare che usava per parlare con lui, Antonio che non cerca mai di dialogare con le cugine di Roberta, di tenere in vita un rapporto minimo almeno con quel piccolo pezzetto di famiglia di Roberta.
Antonio spaventato ma mai abbandonato dai figli e dalla nuova compagnia, Antonio giudicato, Antonio condannato.
Così, l’altra sera, si è posta la parola fine ad uno dei tanti casi particolari in cui a sparire sono le donne, cancellate in pochi minuti insieme all’amore che hanno riservato agli uomini che hanno sempre stimato, compreso, giustificato.
Collegamenti, servizi, inviati, fiumi di parole.
Ennesima gogna mediatica, ennesima situazione di dolore che si ripete, una giustizia che ha più il sapore di una vendetta.
Nessuno pensa più a Roberta, nessuno la cerca più, forse perché non c’è nulla da cercare, forse perché Roberta si è persa proprio quando il cuore di Antonio ha smesso di battere per lei.
Sette lunghi anni, tre gradi di giudizio tutti superati, un padre in carcere, i figli dopo aver perso la madre, perdono anche il padre, una donna che si è innamorata di un uomo impegnato e che un futuro non lo ricostruira’.
Non ci sono vincitori né vinti, non ci sono vittorie da ostentare, non ci sono ammissioni di responsabilità, non c’è la maturità per vivere relazioni parallele perché non si vogliono fare rinunce, non c’è la forza per ammettere che questo amore si poteva affrontare in altro modo, non suona neanche strano che un figlio smetta di chiamare sua madre mamma e la chiami invece per nome, quasi si trattasse di un ricordo lontano, quasi come se quella donna si potesse destinare ad un oblio silenzioso.
L’amore accade, i figli crescono e diventano indipendenti, gli anziani genitori soffrono perché ciò che vedono è una famiglia distrutta, una nuora che non è stata ritrovata ed un figlio in carcere.
Ciò che rimane è la tristezza delle domande che non hanno risposte, la tristezza del tifo da stadio, le analisi di chi giudica senza avere elementi per farlo.
Ciò che rimane è la tristezza di non sapere dove sia Roberta, se e chi l’ha uccisa, ma soprattutto la tristezza di sapere che non ha un luogo di sepoltura degno in cui recitare una preghiera e poterle portare un fiore.
A volte l’amore gratifica, a volte si spezza, a volte non si realizza, ed a volte, quando è troppo o troppo poco, uccide.