‘FONDAZIONE MISSIO’, MA IL LIBERO SCAMBIO NON BASTA

DI GIULIO ALBANESE

L’accordo di domenica scorsa, a Niamey, in Niger, è stato definito storico. Nel corso di un vertice straordinario dell’Unione africana (Ua), 54 dei 55 Paesi membri hanno dato il loro consenso per stabilire nel vasto continente africano una zona di libero scambio continentale al pari di quella esistente nell’ambito dell’Unione europea (Ue). L’AFCFTA, nell’acronimo inglese, che istituisce la nuova geografia economica a livello continentale, congiuntamente ai protocolli che regolano lo scambio dei beni e dei servizi e la risoluzione delle dispute, rappresenta, certamente, una pietra miliare all’interno del processo d’integrazione africana. In particolare segna il traguardo più significativo nell’ambito dell’Agenda 2063 dell’Unione africana: “The Africa We Want”, il documento programmatico che stabilisce le aree prioritarie per lo sviluppo del continente nei prossimi cinquant’anni.

L’AFCFTA, almeno sulla carta, riguarda un mercato di 1,3 miliardi di persone e ha un valore di 2,5 trilioni di dollari. L’intento dei leader africani è quello di rafforzare il commercio intra-africano, che nel 2016 ammontava a circa il 20 per cento del commercio totale del continente.

L’AFCFTA, se verrà gestito nel rispetto delle regole, potrebbe accrescere il commercio all’interno del continente di trentacinque miliardi l’anno, specialmente se affiancato dall’effettiva messa in opera delle agevolazioni commerciali e dei piani infrastrutturali necessari per passare dalle parole ai fatti.

Ricordiamo che la crescita del prodotto interno lordo africano, a livello continentale, avvenuta nel corso dell’ultimo decennio, è legata fondamentalmente al terziario, al manifatturiero e all’esportazione delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis), il cui valore, paradossalmente, è stato spesso al ribasso per la volatilità dei mercati internazionali. Da rilevare che le commodity di cui stiamo parlando sono state principalmente vendute all’estero, penalizzando il mercato interno. Il libero scambio, da questo punto di vista, potrebbe dare il via a un processo di trasformazione strutturale del continente — ovvero la sua industrializzazione — a condizione che vi siano investimenti africani e stranieri capaci di avviare l’agognato cambiamento. Ciò che preoccupa, soprattutto la società civile, è lo sfruttamento della manodopera locale, già oggi pesantemente sottopagata dalle compagnie straniere.

Attualmente, stando ai dati ufficiali, il commercio intra-africano è orientato sul manifatturiero, ben radicato in alcuni Paesi come l’Etiopia e la Nigeria, e rappresenta il 67 per cento delle esportazioni intra-africane. Ma è evidente che l’Africa ha un bisogno impellente di imprese locali in grado di affermare la circolazione di beni e servizi al suo interno.

Detto questo vi sono anche altri fattori che non possono essere sottovalutati. Ad esempio, la finanziarizzazione del debito, per cui, oggi, il pagamento degli interessi dei prestiti nei confronti delle fonti private di credito (banche finanziarie, fondi d’investimento e fondi di private equity…) è spesso legato alle attività speculative nelle borse internazionali. Considerando che il debito aggregato dell’Africa Subsahariana si aggira attorno ai 700 miliardi di dollari e che il valore assoluto del pil di molti Paesi africani è ancora molto basso (nel caso della Repubblica Centrafricana, di poco superiore ai 2 miliardi di dollari), non c’è da dormire sonni tranquilli.

Per non parlare delle regole del commercio internazionali. Ad esempio, tra Europa e Africa, pesantemente condizionate dagli Epa (Economic Partnership Agreements; in italiano Accordi di partenariato economico). Un’iniziativa che vede coinvolta la Ue con settantasette Paesi in via di sviluppo, riuniti nel cartello Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), molti dei quali ex colonie europee.

Sono state così eliminate tutte le barriere all’entrata su merci, prodotti agricoli e servizi provenienti dall’Ue, mettendo fine alla non reciprocità garantita nel passato dalla regolamentazione degli scambi tra la Comunità economica europea (Cee) e i Paesi Acp. Come era prevedibile, soprattutto i Paesi africani non hanno gradito questo indirizzo. La motivazione è rintracciabile nella convinzione che gli Epa, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’imp ortazione dei prodotti europei, vadano a provocare un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane.

A ciò si aggiunga il deficit di sicurezza che interessa molti Paesi africani fortemente penalizzati da conflitti asimmetrici tra i quali figurano la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan, la Somalia e tanti altri.

Una cosa è certa: per rendere effettivo l’AFCFTA la comunità internazionale, in particolare l’Unione europea e i suoi stati membri, dovrebbero sostenere il processo di integrazione incentrato sul libero scambio delle merci in Africa attraverso investimenti, commercio e assistenza, dimostrando, nei fatti, di voler «aiutare — come spesso si dice nei circoli della politica — gli africani a casa loro».

Ma il libero scambio non basta