QUANDO SPRINGSTEEN VENNE A ROMA

DI CINZIA MARONGIU

L’avevo scritto sei anni fa. Dentro c’è tutto l’amore del mondo…
“Quando sei quasi lì, ma non ancora lì, in balìa del traffico impazzito e dei vigili smarriti pure loro nel delirio collettivo, ti stramaledici per non aver tenuto in conto che un concerto del Boss non è un concerto come un altro, perfino per una città come Roma che di musica dal vivo ne offre ogni giorno in ogni angolo. Mancano un grappolo di minuti all’inizio e tu fai affidamento sulla genialità di un tassista capace di raccoglierti per strada dopo che hai mollato la macchina chissà dove e di traghettarti attraverso le trascurate traverse all’Ippodromo de Le Capannelle, trasformato dal PostePay Rock in Roma in un’arena rock capace di accoglierci tutti e quarantamila con un palco costruito apposta per stasera e poi subito smontato.
Sentite lo spirito del rock? – Oggi a Roma siamo tutti Born in The U.S.A. E quando corri da un cancello all’altro per capire dove entrare, ti senti le ali ai piedi e non hai tempo per curiosare tra i bagarini e i venditori ambulanti. Fuori c’è il suk, ma dentro ti aspetta l’erba soffice e Bruce Springsteen. Appena il tempo di indossare un braccialetto giallo che stasera è il tuo lasciapassare per il paradiso ed ecco il rumore della folla farsi assordante. Il braccialetto giallo vuol dire che sei uno di quei fortunati che il Boss lo vede da sotto il palco, di quelli che possono aspirare, se non a salirci sopra per ballare tra le sue braccia sulle note di Dancing in the Dark, almeno a sfioragli le mani.
Lui arriva e subito si butta sulla folla. Born to Run, nato per correre, a cominciare dal palco che percorre in lungo e largo per prendere la rincorsa e tuffarsi tra di noi. Attacca con Can You Feel the Spirit. Riuscite a sentire lo spirito del rock? Altroché se lo sentiamo. Con lui sulle note di Spirit in The Night e poi di My Love Will not Let You Down c’è The E Street Band, Little Steven e la bandana nera, e una musica che spella il cuore.
Pur di dire “Io c’ero” – Tu sei lì con il tuo braccialetto giallo in mezzo agli altri cinque mila braccialetti gialli che si ammassano sotto il palco e ti domandi come fare il back up dell’emozione, sapendo che una serata così non puoi e non devi dimenticarla. Armata di iPhone e videocamera cominci a catturare immagini in mezzo a una selva di monitor, cellulari e tablet, pur di poter dire “Io c’ero”.
E pazienza se, mentre sei spintonato e spintoni, le braccia cominciano ad andarti in cancrena. E pazienza se ti ripeti mentalmente una delle ultime inchieste lette sul nostro mondo di “deviati” digitali, incapaci di vivere la vita reale perché troppo impegnati a registrarla su quella virtuale dei social network e ti convinci che tu non ci cascherai. Che, vabbé, ti registri solo questa perché è troppo bella, o solo quell’altra perché lui con la chitarra ci fa l’amore. Alla fine sei sempre lì, in balìa dell’off ed on, impegnata ad amministrare la batteria per non perderti il bis del più grande performer vivente.
Il bambino con la rosa rossa – Lui pesca tra i 28 album e le centinaia di successi, annuncia i pezzi rubando tra i cartelli del pubblico che gli chiede Stand on it e Summertime Blues e Nyc Serenade e qualsiasi cosa. Maneggia le emozioni senza nascondersi, anzi le guarda faccia e ci gioca pure.
Il tempo è una variabile insignificante. Sapevi che i concerti del Boss non durano mai meno di tre ore e ti chiedevi come gestire il mal di reni e la pioggia data per sicura. Invece il cielo ci grazia, ogni tanto ci sorvola un aereo in atterraggio a Ciampino e immagini che spettacolo offriamo a chi ci guarda dall’alto. Mi faccio schermo di un corpulento Bruce-appassionato-doc che sa a memoria tutti i pezzi e tutti gli album e conquisto posizioni su posizioni. Un metro in più a ogni onda anomala che si abbatte su di te ogni volta che Bruce si china a farsi toccare e accarezzare. Alla faccia dei divi e degli snob. Lui si dà. Punto.
Alla fine sembriamo ubriachi, noi e lui – Tira su un ragazzino che gli offre una rosa rossa e lui gli fa intonare Waitin’On a Sunny Day, aspettando un giorno di sole, e tutti cantiamo con la sua voce tremolante e ci commuoviamo quando lo vediamo tornare stravolto dai genitori, portato di peso dal muro di braccia. Le tue in compenso non le senti più ma non te ne importa niente perché non puoi perdere Dancing in The Dark e Twist and Shout dei Beatles e Thunder Road con Bruce solo sul palco, luci basse, l’armonica a bocca e la chitarra acustica. Alla fine noi e il Boss sembriamo la classica coppia di ubriachi delle barzellette, di quelli che si accompagnano a vicenda sempre più tramortiti dalla fatica ma incapaci di salutarsi. Lui è stravolto, noi pure, ma chissenefrega.
E menomale che non fumo più – Quando una squadra imponente di tecnici e operai conquista il palco e inizia a smontarlo pezzo a pezzo, capisci che è finita davvero, ti metti in tasca le tue tre ore e mezzo di esaltazione e ti chiedi come riuscire a portare la pelle a casa. Perché la stanchezza si fa sentire e le due del mattino sono dietro l’angolo e trovare un taxi o acciuffare un treno o un autobus sembra impossibile. Ci vogliono quaranta minuti solo per guadagnare l’uscita, mentre ascolti i resoconti entusiastici. I più tecnici si lanciano in comparazioni tra questo o quel tour, questo o quel concerto. Ma tutti sappiamo che come lui nessuno mai. Finalmente fuori, assaliti dal suk. Decine di differenti modelli di t-shirt con Bruce e ti domandi come fa la gente ad aver voglia adesso di comprare una maglietta. Solo un paio di secondi e ti ritrovi felice di contraddirti ad accaparrarti l’ultima arancione. Non basta. Il tempo di attraversare la strada e ti immergi in un’altra bancarella per comprare la seconda maglietta. E menomale che non fumi più, sennò l’accendino del Boss chi te lo negava? Il resto sono scampoli di fatica quotidiana, perché oggi siamo tutti Born in The U.S.A. ma viviamo in Italia”.

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