L’ESEMPIO DI COPENAGHEN: QUANDO PUBBLICO E PRIVATO POSSONO SALVARE UNA CITTÀ

DI ALBERTO FORCHIELLI

Vale la pena di raccontare – soprattutto qui da noi in Italia, dove ciò purtroppo accade di rado – un rapporto virtuoso e lungimirante fra pubblico e privato. Si tratta di una bella storia, la storia di una città che stava vivendo una forte crisi a causa di un modello di business non al passo con i tempi e che grazie a un progetto intelligente e condiviso si è rilanciata alla grande.

E la sua trasformazione è da esempio per tante realtà simili sparse un po’ ovunque, per lo meno nel mondo occidentale, per non parlare appunto dell’Italia, dove le nostre realtà urbane sono spesso abbandonate a se stesse e ai loro amministratori inadeguati.

Oggi le città affrontano richieste sempre crescenti di ammodernarsi e aumentare la loro qualità socio-economica in decenni dove le risorse pubbliche o non ci sono o, quelle poche che si trovano, vengono spese male, senza ampie prospettive di sistema.

In particolare sono le città più vecchie – quindi, in genere, tutte quelle europee e qualcuna americana – a scontare problematiche infrastrutturali – di trasporto in primis – con aree industriali e agricole ormai sotto utilizzate a causa della globalizzazione che ha soverchiato economie cittadine che risalgono a concetti otto-novecenteschi.

Così, nel mondo, alcuni ecosistemi più evoluti hanno cercato di trovare nuove vie per migliorare le proprie città non puntando – tutto – sull’aumento delle imposte e non contando sui rispettivi governi nazionali con sempre meno risorse da decentrare.

Di sicuro uno degli esempi più riusciti è quello realizzato dal CPH (City & Port Development Corporation) a Copenaghen. Una società pubblica a gestione privata – ce la vediamo già in Italia (davanti ai magistrati!) – che ha rivitalizzato l’intera città, finanziando un importante piano infrastrutturale su larga scala, aumentando la redditività commerciale di terreni e fabbricati pubblici senza aumentare le tasse.

Se siete interessati ad approfondire l’argomento su scala globale, è interessante leggere il libro – in inglese – di Dag Detter e Stefan Fölster, The Public Wealth of Cities, Brookings Institution Press, 2017. E anche seguire gli studi in questo ambito della Centennial Scholar Initiative, sempre della Brookings Institution di Washington, Dc: diverso materiale è consultabile su internet.

Parliamoci chiaro, la CPH di Copenaghen – partita tra l’altro già dagli anni Ottanta del secolo scorso – non ha inventato niente di nuovo mescolando pubblico e privato. La novità – se così vogliamo chiamarla – è che lo ha fatto alla grande, perché con un lavoro lungo 25 anni è riuscita a compiere – o per meglio dire – a stimolare una trasformazione straordinaria di tutta l’area urbana, rendendola oggi una delle città più ricche del mondo.

Alcuni ecosistemi più evoluti hanno cercato di trovare nuove vie per migliorare le proprie città non puntando – tutto – sull’aumento delle imposte

Su tutti, l’ampliamento della metropolitana e, soprattutto, la totale riqualificazione del malandato porto industriale che adesso è un polo vivace e multifunzionale, comprensivo di splendido lungomare, con il fiore all’occhiello della nuova area verde di North Harbor.

La morale di questa favola è una sinergia a cui gli attori di tutto il progetto non sono mai venuti meno, ma la cui somma da noi farebbe scompisciare dalle risate anche il cittadino più ben disposto verso le nostre istituzioni: autorevolezza dell’istituzione pubblica ed efficienza dei meccanismi del libero mercato, tenendo sempre ben presente il contesto storico, politico ed economico, in stretta collaborazione tra governi locali, sviluppatori immobiliari, fondi pensione e altri stakeholder cittadini. Che poi, inevitabilmente, è l’unico modo per riuscire a ribaltare come un calzino una città di oltre mezzo milione di abitanti.

Magari fosse possibile da noi!