ROGER FEDERER COME ESPERIENZA NON RELIGIOSA

DI MARCO GIACOSA

 

Un tempo il tennis lo seguivo, moltissimo, poi ho smesso, qui e là a spruzzi, negli ultimi giorni ho visto la semifinale e la finale di Wimbledon e vi dico, con il distacco della lucidità: voi siete matti.

Voi che sbrodolate a ogni movimento di Roger Federer, giocatore fenomenale e bravissimo, che ho visto in due giorni contro altri due giocatori fenomenali e bravissimi: Rafa Nadal e Nole Djokovic.

Forse non ve ne accorgete ma sono dei mostri: tutti e tre. La differenza la fanno certamente i punti importanti, giocati meglio o insomma vinti, e il fisico; e sì, ha trentotto anni, allora sia lode al dio dei corpi e della longevità, gli si tributi un immenso applauso ma poi si badi al dritto e al rovescio, all’incrocio delle righe, sia che lo tiri uno che lo faccia l’altro.

«Che cos’ha fatto!!», romba Bertolucci, «Che cos’ha fatto!!», mentre lo spettatore dalla maglia blu sul centrale s’innalza in piedi per la 897esima volta a punto vinto dal non-dio Federer, occultando l’erba con la sua schiena. E niente – caro Bertolucci, ha fatto una demi volée come ne riuscivano a centinaia, con la medesima, angelica eleganza a Stefan Edberg e Boris Becker quando si andava a rete. Ha vinto un quindici, come Djokovic.

«Quel pallettaro di merda», mi tocca leggere oggi, su Djokovic: come fosse un Perez Roldan o un Muster qualunque, e sì che l’ho letto sui social dove la parola non si nega a nessuno, e però era in risposta al post di uno scrittore che invocava una specie di giustizia divina, come fosse avvenuto un deicidio, ieri, e non, peraltro, semplicemente, che la testa di serie numero uno ha battuto la numero due, e il due vien dopo l’uno e non prima, né lo trascende. Ma lasciamo stare la classifica: come si può ridurre un talento come Djokovic al più basso grado di aggettivazione del lessico tennistico, «pallettaro»? E pure fosse, che dio è il vostro, che negli scontri diretti con un «pallettaro» è sotto 22 a 26? Che dio può mai essere uno che è sotto, anche e pure peggio, con l’altro «pallettaro» Nadal, 16 a 24?

A un certo punto, venerdì, ho scritto agli amici: Elena Pero è sempre così sfacciatamente pro Federer? «Al contrario, di solito è per Nadal». Pensa te. Ora, sarò io prevenuto? Ho pensato a Maiellaro.

Maiellaro fu un calciatore che faceva, nel Bari, grandissime cose, non c’era domenica che non segnasse con un tiro da 40 metri, su punizione, in rovesciata. Novantesimo minuto e La domenica sportiva aprivano con i suoi gesti tecnici, eppure nessuna grande squadra si interessò mai a lui. Finì alla Fiorentina, un anno solo e quell’anno fu un mezzo fallimento. Ogni tanto qualche sito pubblica il supergol del tizio in seconda categoria e ne parla come fosse Cristiano Ronaldo. La differenza tra il gesto improvviso di un Giacosa qualunque e il colpo di magia di Michel Platini è questa: il colpo di Platini è frutto di un processo, il risultato di un procedimento che mescola talento, intelligenza, allenamento, ostinazione. Mi dicevo: possibile che Federer sia Padre, e Djokovic e Nadal siano Pietro Maiellaro o i Giacosa dell’Interregionale?

«Bel colpo», o al massimo: «Gran bel colpo», dicevano Pero e Bertolucci accompagnati dall’entusiasmo raccolto del pubblico di Londra, ladies and gentlemen che applaudivano senza troppo strofinio, e però così soltanto per Nadal e Djokovic. Se il medesimo punto – sì, rassegnatevi: il medesimo «bel colpo» – lo faceva il vostro non-dio, allora il panzone londinese vestito di blu dimenticava l’applauso raccolto ed esplodeva in piedi, osanna osanna nell’alto dei cieli, questo sì che è un punto, e Wimbledon tremava come i sismografi hanno censito i sommovimenti della città di Napoli al gol del Napoli in Champions.

No, non sono Maiellaro e non giocano in Eccellenza: Djokovic e Nadal sono giocatori mostruosamente talentuosi, incredibilmente vincenti e straordinariamente belli a vedersi. Poi certo, uno gioca emettendo suoni fastidiosi come facesse l’amore con l’ansia di dimostrarsi uomo, ha tic imbarazzanti e riti noiosi, l’altro è simpatico come una raccomandata giudiziaria, non particolarmente bello né pare affascinante, e però si giudica il colpo, il tennis, o chi lo fa? Si giudica lo scritto, il testo, o lo scrittore?

La finale è stata una delle partite più belle che abbia mai visto, e anche la semifinale uno spettacolo raro. Ho visto Federer e però non ne ho avuta emozione mistica, anzi ho visto limpida la vostra, la vostra ingiustificata esaltazione, che è tifo. «Nel tennis non c’è tifo», dicono. Sarà. Però tutto quest’agitarsi per il grande campione, volendolo dio, quand’è stato ed è uomo, per anni «primus inter pares» come lo sono Nadal e Djokovic, cos’altro è se non semplice, terreno, umanissimo, banale tifo?