IL “NOBEL ALLA MEMORIA” A CAMILLERI

DI RAFFAELE VESCERA

 

Non è solo l’enorme quantità delle sue opere a stupirci, seppure avesse iniziato a scrivere in età da pensione come Bufalino, ma è il suo catafottersene del pregiudizio antisiciliano e antimeridionale sparso ad ampie dosi dall’Italia dei “vincitori” che molti meridionali e anche siciliani, hanno contribuito a diffondere. Ci stupisce ancor di più la qualità del “cuntastorie” che con finezza di lingua e ironia siciliana ci ha parlato di una Sicilia reale, quella del suo Montalbano da Vigata, dove accadono cose normalissime, reati comuni come l’omicidio d’interesse compiuti da ominicchi, poliziotti di fine intelligenza che scovano i colpevoli, uomini gelosi e vendicativi, donne innamorate o furbe, come in una qualunque città del mondo.

Camilleri si è sottratto alla descrizione falsata di un’Isola infernale da rappresentare a una sola dimensione, quella mafiosa,  descrizione ridicola per chi conosce la Sicilia e il Sud dell’Italia, eppure prevalente, non solo nella versione western-caricaturale di Gomorra ma anche nell’editorialismo “colto” alla Merlo e Galli della Loggia. Squalificare il Sud in ogni suo aspetto paga, non è forse dal 1860 che i meridionali sono rappresentati come più selvaggi degli “affricani”, sic, così scrivevano gli ufficiali invasori piemontesi pur trovandosi di fronte a città bellissime di antica civiltà?

Andrea Camilleri, sulla scia dei molti grandi maestri siciliani, da Verga a Capuana, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, da Pirandello a Consolo, senza dire di Vittorini, Sciascia, Bufalino e altri, non ha seguito il carro dei vincitori, ha rappresentato la Sicilia così com’è, nel sue grandezze e nelle sue miserie, senza nascondere il contributo colonialista apportato al Sud dall’unità d’Italia, in termini di patti di sostegno alla mafia, massacri di contadini rivoltosi e corruzione di funzionari inviati “dall’alta Italia” a “redimere” i meridionali. Oltre i tanti gialli di Montalbano vi sono i grandi romanzi quali “Il birraio di Preston”, “La mossa del cavallo” e altri a chiarire qual era il punto di vista di Camilleri sul contributo negativo alla società siciliana apportato dallo stato unitario. Se i vincitori scrivono la “storia”, i vinti scrivono romanzi, per dirla con Pino Aprile.

Camilleri si è inserito da gigante nel solco della “secessione letteraria” siciliana, che da Verga in poi ha fatto grande la letteratura italiana.

Peccato che gli scrittori di altre regioni meridionali, a partire dalla mia Puglia, non abbiano fatto altrettanto, obbedendo al diktat di Benedetto Croce di non pubblicare letteratura. La verità raccontata dai romanzi spaventa il potere. La letteratura è memoria,  memoria di un popolo, rappresentata molto parzialmente dai saggi storico-filosofici. Per tutto l’Ottocento e buona parte del Novecento, la borghesia “colta” meridionale, a parte meritevoli eccezioni, non ha raccontato il Sud continentale. “Per distruggere un popolo, si parte col distruggerne la memoria”, “chi controlla il passato, controlla il presente e il futuro” scrivevano Kundera e Orwell.  E’ stata necessaria la sveglia del neo meridionalismo a spingere gli scrittori meridionali a ricostruire la memoria perduta del loro popolo.

In questa assenza, emerge gigantesca la grandezza della letteratura siciliana e del Maestro Andrea Camilleri.