IL PECCATO ORIGINALE DEL FIGURANTE GRILLINO

DI MARIO PIAZZA

A me è capitato spesso, ma almeno una volta sarà capitato anche ad ognuno di voi, di trovarmi in gruppi dove culturalmente, professionalmente, socialmente, economicamente, fisicamente, tecnicamente o anche solo esteticamente mi sono sentito inadeguato.

La reazione, talmente spontanea da non richiedere alcuna intelligenza, è quella di mantenere un profilo basso ed il più silenzioso possibile, di ascoltare ed osservare chi è più preparato di noi e possibilmente di imparare qualcosa che ci sarà utile la prossima volta.

Il figurante grillino invece no. Non esiste occasione pubblica o privata dove riesca a mostrare neppure una dose omeopatica di modestia. Il suo padre spirituale Beppe Grillo riscuoteva applausi urlando impareggiabili sciocchezze dal palco e così lo ha convinto che quello è l’atteggiamento giusto, che la supponenza, la boria, il rifiuto sistematico della propria ignoranza e dei propri limiti siano le armi vincenti per avere ragione. Con voce stentorea ed interrompendo chichessia.

Ma Grillo è un attore, un istrione, un mattatore… non un figurante. Grillo dispone di una voce impostata e di una mobilità facciale e gestuale che glielo consentono e che spesso ci divertono. Invece gli “strascini nel vicolo” della Taverna, i “questo lo dice lei” della Castelli, i lapsus letterari dell’intellettuale Morra e le puttanate del “descamisado” peronista Di Battista mettono soltanto una profonda tristezza.

L’immagine del piccione che tutto impettito scagazza sulla scacchiera convinto di aver vinto la partita è tragicamente perfetta.