CONTINUIAMO A CANTARE: SUL PERDURANTE DISPREZZO VERSO IL “POPOLARE”

DI LOREDANA LIPPERINI

Non è una questione di opportunità, bensì di mentalità. Non sono affatto stupita dagli interventi che, sui social, mettono le mani avanti sulla non rilevanza letteraria dell’opera di Andrea Camilleri, né dalla reazione di coloro che ritengono eccessivo l’abbraccio affettuoso di tante persone all’uomo e allo scrittore. Avviene sempre, è nell’ordine delle cose cui i meccanismi social (e di conseguenza giornalistici) ci hanno abituato in questi anni.

Non mi stupisce, ma mi fa sospirare un po’, neppure il perdurante disdegno verso la popolarità, considerata fenomeno temporaneo, destinato a diluirsi nel tempo. Convinzione critica assai diffusa, ma storicamente fallace: se è vero che i nomi di molti autori amatissimi sono sabbia nel vento, molti altri continuano a essere cari ai lettori. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Georges Simenon, Antoine de Saint-Exupéry, J.R.R.Tolkien, per citare i primi che mi vengono in mente e mischiando i generi e anche, per quanto riguarda almeno il gusto personale, la qualità. Sono, tutti, autori letti e amati da lettori “popolari”. Come quelli che abbracciano oggi Camilleri. Ed è ancora quell’aggettivo, popolare, a farmi sospirare.

Molti anni fa, quando il mondo era giovane e i blog neonati, si ingaggiò qui una lunga discussione sulla letteratura popolare. Scrissi, allora (ero più giovane anche io, e più impetuosa rispetto a oggi: non contavo fino a cinquanta prima di prendere parola):

“Resto convinta che il popolare sia la sostanza prima con cui cimentarsi: perché credo, non da oggi, che le storie degli uomini possano essere raccontate in molte forme. Perché penso che la solitudine femminile, per dire, passi attraverso i versi di Silvia Plath come attraverso le sit com che tanto dispiacciono ad alcuni intellettuali militanti. Penso che si possa capire assai più su Mozart guardando Amadeus (il film) piuttosto che leggendo Paolo Isotta. Penso che l’equivalente contemporaneo di Wilhelm Meister sia il videogioco dei Pokémon. Penso che il popolare non sia una medicina amara che lo studioso deve ingoiare, o con cui l’intellettuale possa al più trastullarsi, ma l’indispensabile termine di confronto, a meno di non accarezzare il vecchio, delizioso sogno degli intellettuali italiani, che si scagliano contro l’ignoranza delle masse sperando, nel profondo dei propri cuori, che non accedano mai al privilegio del sapere.
Penso, infine, e lo dicevo al telefono con un caro amico, che il disprezzo delle élite nei confronti dei generi renda ancor più prezioso difenderli anche nel momento in cui gli autori italiani più avvertiti li vanno scomponendo e superando”.

Passano gli anni, non passa l’atteggiamento: si insegue il lettore, ci si lamenta che questo è un paese che non legge, e quando i lettori esternano il proprio affetto per uno scrittore si dice loro che stanno esagerando, perché hanno scelto lo scrittore sbagliato. Sospiro, e mi rendo conto che è inutile.

Le nostre opere nella pietra, sulla tela o nella stampa, di rado vengono risparmiate per qualche decennio, o per un millennio o due, ma alla fine ogni cosa viene annullata dalla guerra, o si cancella nell’ineluttabile cenere universale. Trionfi e inganni, tesori e falsi. È la realtà della vita: dobbiamo morire. Ma siate allegri: dal passato vivente ci giungono le grida degli artisti morti, tutte le nostre canzoni verranno messe a tacere, ma cosa importa? Continuiamo a cantare. Forse il nome di un uomo non è poi così importante.

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