IL VOTO PER URSULA

DI ALBERTO BENZONI


Già il negoziato, che aveva portato la scelta della von der Leyen, non aveva avuto nulla a che fare con il mondo delle ideologie e della partecipazione/trasparenza. Riducendosi ad un accordo (ovviamente) spartitorio tra Macron e la Merkel, con il concorso dello spagnolo Sanchez.
Il voto del parlamento europeo ha accentuato questa tendenza. Se i socialisti francesi, tedeschi, olandesi e scandinavi hanno votato contro Ursula, assieme ad una minoranza consistente dei popolari non è perchè la ritenessero poco (o troppo) europeista o troppo “di destra” ma perchè i loro rispettivi candidati erano stati accantonati e senza cerimonie. E lo stesso voto contrario dei verdi, motivato in base ad un (peraltro fondato) processo alle intenzioni, deriva direttamente dalla loro esclusione dal giro.
E’, allora, in questo quadro che va valutato il voto favorevole del M5S e, udite udite, del vero leader della protesta dell’Est, il partito di governo polacco.
Nel primo caso si trattava di uscire dal ghetto in cui i grillini erano stati ingiustamente collocati; nel secondo di ricordare, a chi di dovere, che i paesi dell’est non potevano essere, almeno formalmente bistrattati, anche per il loro rapporto assai concreto con l’amministrazione Trump e l’America profonda.
E’ in questo quadro di brutale realismo che la delegazione italiana avrebbe dovuto votare compatta per il presidente della Commissione. Ne andava dei futuri rapporti con la commissione. E soprattutto, della possibilità di avere, al suo interno, un portafoglio di peso.
Ma Salvini, ancora, una volta, ha optato per la chiacchiera e la posa a danno della sostanza. Sinora gli è andata bene; ma fino a quando?