MACHETE MIXTAPE 4. SALMO E I SUOI FRATELLI RAPPER SONO SEMPRE PIÙ SCAZZATI

DI LUCA MARTINI

Intanto subiamo l’elenco di migliaia di bro’ e fra’, di catene al collo e ferro da dentiera, di tuffi in Jacuzzi (ma esistono ancora?) e feticci Gucci, il tutto all’ombra dei social, in genere schifati, e della spietata legge del cash.

Non si sfugge ai luoghi comuni neppure se ascoltiamo la crew più intelligente del rap nostrano, quella dell’etichetta indie Machete, capitanata dal nostro rapper più intellettuale, Salmo.

È appena uscito a nome Machete Crew l’album Machete Mixtape 4, a cinque anni dal precedente, ed ha subito battuto il record italiano di stream (54 milioni in una settimana), schierando tutti i componenti dell’etichetta, mescolando i vecchi e i nuovi (Tha Supreme e Young Miles sono minorenni), e ospiti come Fabri Fibra, Marracash, Gemitaiz, Ghali, Izi e Tedua.

Mixtape 4 raccoglie in una corrente fluviale e fortissima tutto il bric-à-brac di un genere e, a un primo ascolto, contiene una lunghissima dichiarazione di alterità, autoproclamata da tipi che anche volessero diventare seri hanno sempre il dito medio pronto ad alzarsi (Freud illuminaci tu). 

La prima caratteristica del rapper di casa Machete, quella che dà la figaggine di fondo, la tela su cui prenderanno forma i vari quadretti della sua chanson de geste, è Essere Assolutamente Scazzato. Per capire al volo questa affermazione, e per semplificare, vi basti ascoltare un classico di Salmo, Estate dimmerda (datato 2017). Googlato, sentito, capito?

Vastissimo è lo scazzo sotto il sole della crew: anche se al posto delle consuete influencer a volte si citano Bansky e persino Totò, anche se la musica è molto fisica, con tanto basso distorto, e ricca di divertiti richiami e strizzate d’occhio alle singole carriere degli interpreti, alla fin fine tutto si può riassumere in un secco:

‘Dimmi cosa vuoi da me, prima che mi attacchi all’alcol’

D’altronde: tutti amici ‘se pippi’, poi anche no. Chi si stupisce? Siamo pur sempre tra rapper che si sentono ‘clonati da piccoli’ nonché ‘derubati dell’infanzia’ e ora, per vendetta, pensano di scaricare un AK sui protagonisti del programma tv Riccanza, che esalta una vita opulenta e molto cretina.

Il rapporto con l’altro sesso – una sola donna presente ai microfoni – è problematico per questi performer in perpetuo e cinico down, come si dice in Marylean, primo singolo del progetto:

‘Yeah, anche se faccio schifo, bitch, marry me/ Yeah, la paranoia chiama, metto giù e richiama/ Non metterti con me, sono un figlio di puttana’

Non puntiamo comunque il dito sulle spacconate che sanno di machismo. Si può sempre controbattere che l’importante non è il politically correct, ma il pezzo; salvo scoprire che la crew fa understatement spesso pure sui propri talenti:

‘Questo non è rap, è un oltraggio al mio pubblico/ Sparisco sotto la pioggia con il soprabito/ O la vita è una merda o il tuo alito/ Torno a casa la mattina, sembro Edgar Abito’

Detto dopo l’incidente della discoteca di Corinaldo, provoca un certo effetto. Persino salutare.

Punto e a capo. Siamo consci della nostra molto parziale lettura di Machete Mixtape 4, perché abbiamo mescolato le parole di rapper diversi e semplificato un ‘discorso artistico’: abbiamo preso alla lettera un codice che si basa sull’arte combinatoria delle parole e, al di là del senso, su un’abilità plurilinguistica spesso funambolica. Cioè potremmo aver tradotto in soldoni dei puri esercizi di stile, rime virtuosistiche (dico davvero) come questa:

‘Fumo nello spazio ed atterro su Kyoto (yeh)/ Levati dal cazzo, non voglio un succhiotto (brr)’

Punto e a capo di nuovo. Resta da chiedersi quanto il mondo del rap, costruito su parole chiave, come qualsiasi codice o canone, abbia un’interfaccia, un varco cioè che lo leghi alla pratica concreta del vivere. 

Vanno davvero in giro per la strada questi rapper zombie in stile post trap? Prendono il metro in mezzo a noi o solo la limousine (quelle che usano i cinesi per andare a sposarsi al parco di Milano, altre non ne vedo in giro)? È un caso che la parola Lega sia pronunciata per caso e solo una volta? Insomma: siamo dentro o fuori da una metafora?

La verità è che anche Ligabue, il nostro Springsteen di provincia, porta gli stivali di lucertola e ambienta le sue canzoni in un’America dello spirito. Il bar Mario che trasmette Neil Young però si trova in Italia, e lui lo sa. Così come Francesco Guccini ha sempre saputo di muoversi tra la via Emilia e il West, prendendo il meglio da entrambi i luoghi. Ecco: la nostra crew invece non sembra vedere – dietro la quinta della sua arte, dietro gang di maniera e privé sfigati – un’Italia vera e desolata da farti ammutolire. Ma a un rapper ammutolire è il peggio che possa accadere.