BORRELLI E IL NUOVO ‘FATTORE C’

DI ANGELO D’ORSI

“Non hai mai smesso di trasmettere tutto ciò che per te valeva la pena trasmettere”: così Federica Borrelli, figlia di Francesco Saverio, in un bellissimo post su Facebook, dava l’addio al babbo morente. Il procuratore capo della Repubblica di Milano, si è infatti spento poco dopo, nell’hospice dell’Istituto dei Tumori del capoluogo lombardo. Era malato da tempo e non lo si era più visto in cerimonie ufficiali: l’ultima probabilmente fu quella del 2016, quando il suo allievo e continuatore, Francesco Greco ricevette le insegne di capo della Procura milanese, quel ruolo che per tanti anni Borrelli aveva amministrato in modo esemplare. Visibilmente commosso, assumendo la carica, Greco nelle sue prime parole rivolse un omaggio proprio a Borrelli, presente in sala, dichiarando: “per molti di noi rappresenta l’integrità del magistrato e l’indipendenza della magistratura”.
Fu in quelle vesti, nel trapasso dagli anni Ottanta ai Novanta, il cosiddetto “pool” milanese (Greco, Colombo, D’Ambrosio, Davigo, Di Pietro, Boccassini) guidato con mano ferma da Borrelli, provò con grande coraggio, forse con temerarietà, a fare pulizia nel rapporto tra politica e affari. Dall’arresto di Mario Chiesa (febbraio 1992) in poi, fu un susseguirsi incredibile di “casi”, che rapidamente ridisegnarono la mappa d’Italia, una mappa in cui a dominare era un nuovo “Fattore C”: dove C stava non già per “Comunismo”, bensì per “Corruzione”. Gli italiani scoprirono così quello che confusamente sapevano e tacevano, per pudore, per indifferenza o, peggio, per complicità; ossia che il sistema politico era completamente immerso in una struttura di “dazioni” di denaro, che, volenti o nolenti, imprenditori, banchieri, uomini della finanza, concedevano agli esponenti della politica e della Pubblica amministrazione, per il tramite di “faccendieri”. Una gigantesca ragnatela corruttiva, che coinvolgeva l’intero arco politico istituzionale, sia pure in diversa misura, secondo un vero e proprio tariffario. Bettino Craxi, il primo pesce grosso a cadere nella rete, davanti all’incalzante interrogatorio di Di Pietro, ebbe ad ammettere, credendo di giustificarsi, ma in verità condannando sé e un intero ceto politico: “La politica costa”. Fu per contraltare, in certo senso, che Borrelli, in riferimento alla campagna elettorale del ’93 rivolse un invito ai politici: “Se hanno scheletri nell’armadio li tirino fuori, prima che li troviamo noi. Si candidi solo chi ha le mani pulite”. Così non fu, e oggi anche coloro che in passato agitavano cappi e scope o gridavano “onestà” sono divenuti intrinseci a quello stesso sistema: vogliamo ricordare i 49 milioni di euro che il partito di Matteo Salvini deve allo Stato? E la connivenza del M5S nel salvare lo stesso Salvini?
Ora, dalle miserie del presente, se guardiamo ai primi anni Novanta, non possiamo che constatare che quel meraviglioso insieme di magistrati, che divenne famoso appunto sotto l’etichetta di “Mani pulite”, fu sconfitto. Troppo tenace il filo della corruzione, che aveva ormai avvolto in una tela mortale la politica, l’imprenditoria, l’intera società, perché i nuovi “Magnifici 7” potessero davvero porre fine al sistema. Provarono a “rivoltare l’Italia come un calzino”, secondo la celebre espressione di Davigo, ma si trattava di un calzino incollato allo Stivale. Furono accusati, Borrelli e i suoi, di “fare politica”, accusa sbagliata prima che falsa: certo il gruppo dei magistrati milanesi ebbe un ruolo politico, e non solo giudiziario, ma perché con il venir fuori degli scheletri dagli armadi, la classe politica finì quasi per eclissarsi, schiacciata non solo dal peso delle azioni giudiziarie, ma da quello del pubblico disprezzo.
Tra le tante dichiarazioni a caldo, merita citare, condividendola a pieno, quella di Gherardo Colombo, che dopo aver definito i suo ex capo “una persona eccezionale”, ha detto parole importanti: “faceva il magistrato, tenendo conto della dignità di tutte le persone”. E non poteva che essere così: la giustizia, nelle mani di questo autentico gentiluomo partenopeo, che ha fatto tutta la carriera in magistratura a Milano, non ostentava il volto oscuro della vendetta, sia pure di Stato, ma quello nobile della Giustizia, che, in quanto tale, sa anche essere magnanima, una dea inflessibile, ma comprensiva, dal volto umano, come quello gentile e aperto al sorriso di quest’uomo nato a Napoli nell’aprile 1930, entrato in Magistratura a soli 25 anni. Borrelli, a differenza di tanti suoi colleghi, non ebbe mai la tentazione della politica, anche quando venne sollecitato a farlo: anche in questo egli, perfetto esemplare di homo liberalis, per indole, ancor prima che per cultura, mostrò, e dimostrò che, in certo senso, per dirla alla Totò, magistrati si nasce. Il suo liberalismo lo portava a credere fermamente nel principio basilare della separazione dei poteri: del resto il fatto che si fosse laureato (a Firenze), con Oscar Luigi Scalfaro, che da presidente della Camera tenne prima testa mirabilmente agli attacchi di Cossiga, e poi da capo dello Stato seppe difendere le istituzioni dalle tentate manomissioni berlusconiane, qualcosa significa; e molto significa l’argomento della tesi di laurea, dedicata a uno dei nostri più luminosi Padri Costituenti, Piero Calamandrei, che della Giustizia, con la maiuscola, ebbe idea sacra così come del ruolo del Parlamento, e della indipendenza dell’Ordine giudiziario.
Poco prima di uscire di scena, come capo della Procura milanese, Borrelli, nel discorso inaugurale dell’anno giudiziario il 12 gennaio 2002 – il suo ultimo prima del pensionamento – riferendosi alla necessità di difendere l’autonomia dell’Ordine giudiziario sotto attacco da parte del governo forzista-leghista, concluse la sua mirabile allocuzione con una frase destinata alla celebrità: “Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo estremo baluardo della questione morale è dovere della collettività, resistere, resistere, resistere come su un’irrinunciabile linea del Piave’“. Solo pochi ricordarono che il Piave non era metafora, ma riferimento preciso storico: quasi un secolo prima, Vittorio Emanuele Orlando (giurista e napoletano, come Borrelli, allora presidente del Consiglio) aveva chiuso il suo intervento alla Camera dei Deputati, il 22 dicembre 1917, per incitare il Paese a riprendersi dopo la catastrofe di Caporetto. Come quelle di Orlando, le parole di Borrelli erano non un mero avviso di pericolo rivolto alla Magistratura, ma un fermo monito a tutto il Paese. Che l’Italia non abbia saputo raccogliere quel monito è tristemente palese. Borrelli se n’è andato senza ricevere i riconoscimenti che avrebbe meritato, mentre l’Italia prosegue imperterrita il suo cammino verso le nuove immancabili Caporetto.