IRAN. COSA SUCCEDE A HORMUZ? EUROPA SE CI SEI BATTI UN COLPO

DI ALBERTO TAROZZI

Una nave cisterna britannica sequestrata dagl iraniani nello stretto di Hormuz, accusata di avere colliso con un peschereccio. Il seguito del sequestro di una petroliera iraniana sequestrata dagli inglesi davanti a Gibilterra. Secondo Tehran un atto di pirateria.

Tutto qui? Certo il segnale di un innalzamento della temperatura nella escalation che sembra portare a un conflitto aperto tra gli Usa e l’Iran. Ma ci sono altre cose di cui occorre tenere conto.

Il luogo.

Hormuz è uno stretto collocato per sua natura in una posizione geografica strategicamente fondamentale che ha visto i persiani in un contenzioso plurisecolare con potenze vicine e lontane. Olandesi, francesi, russi e tedeschi nei secoli passati, ci fa notare una super esperta in materia come Farian Sabahi. Ma soprattutto i britannici, prima per le tradizionali  ragioni imperiali e poi sempre di più in relazione alle questioni petrolifere. Sul petrolio quel luogo è teatro di conflitti in epoca più recente che hanno coinvolto un po’ tutti i paesi arabi, in primis l’Iraq, volta per volta sostenuti da un occidente interessato a ostacolare la naturale (geograficamente) egemonia iraniana, La ragione è presto detta: ogni giorno passano di lì 19 milioni di barili di petrolio (a Suez per la cronaca “solo” 5,5 milioni). Blocchi Hormuz e fermi il mondo.

Una guerra preannunciata.

E’ quella, su cui molti sono disposti a scommettere, che gli Usa di Trump vogliono dichiarare all’Iran, e per la quale si sono giù sganciati dallo storico accordo sulla non proliferazione degli armamenti nucleari stilato ai tempi di Obama  (lo Jcpoa). Per dare inizio a questa guerra premono sull’acceleratore i sauditi e probabilmente Israele, oltre ad altri paesi dell’Islam sunnita. Quelli che Alberto Negri definisce come i membri di una “Nato araba” più compatta e insidiosa di quella occidentale un po’ sgangherata. Segnale inquietante. L’offerta dei sauditi agli Usa di ospitare 500 soldati statunitensi sul sacro suolo prossimo alla Mecca. Un sacrilegio cui Ryad si rassegna solo in imminenza di eventi bellici vicini e magari pagando una penitenza agli integralisti. Una penitenza che consiste nel finanziamento di un integralismo che spesso porta i segni del terrorismo.

Il ruolo della Ue da quelle parti.

Non a caso gli iraniani hanno prediletto una petroliera britannica. Il più fedele alleato di Washington deve dunque pagare il prezzo della sua alleanza di ferro. Come dire al resto della Ue che se insistono nel non prendere posizione sulla vertenza Usa Iran o peggio se si schierano con Trump, il famigerato Jpcoa potrebbe saltare per tutti. Conseguenze: uno scacco di dimensioni gigentesche sulle economie del vecchio continente che vedrebbero l’annientamento di una buona parte delle loro forniture petrolifere oltre alla colata a picco di una consistente mole di affari.

La partita è appena iniziata. Anche all’Italia interessa in modo particolare. Perché, se l’immane conflitto si dovesse scatenare, le basi per gli attacchi all’Iran potrebbero trovarsi entro i nostri confini (la Turchia ha già detto di no). Un prezzo molto alto. E da parte nostra un governo che di fronte agli Usa e a Tel Aviv ha già dimostrato di non saper dire di no.

Con buona pace dei proclami di sovranismo e anche di una nostra presunta affiliazione al clan degli amici di Mosca.

Ma si sa, a noi piace discutere di altre cose. Di fondi che, anche se pervenuti, non hanno cambiato la nostra politica estera. Di un sovranismo che non si sa bene quanto possa piacere al presunto amico moscovita, visto che quasi ovunque sono i leghisti a propugnare, nel mondo, interessi contrapposti a quelli di Putin.