A PROPOSITO DI CROCI E ROSARI

DI GIULIO ALBANESE

A proposito di croci e rosari…

Cento anni fa, Papa Benedetto XV, nell’Enciclica missionaria Maximum Illud, spiegava che la Storia universale della salvezza non poteva assolutamente essere richiamata a giustificazione delle chiusure nazionalistiche ed etnocentriche di questa o quella nazione. Da attento osservatore, il Pontefice genovese che ebbe l’ardire di stigmatizzare la Prima Guerra Mondiale definendola “l’inutile strage”, scrisse con chiarezza e coraggio profetico per quei tempi, che l’annuncio del Vangelo non doveva essere confuso con le strategie delle potenze coloniali e con i loro interessi economici e militari. Oggi, nella Vecchia Europa, dispiace doverne prendere atto, c’è purtroppo ancora chi crede all’identificazione del Cristianesimo con l’Occidente, negandone l’universalità e ritenendo che l’appartenenza alla Chiesa prescinda da una conoscenza reale del dettato evangelico. In altre parole, certi signori che brandiscono con disinvoltura il Santo Rosario, dimenticano, ad esempio, che Gesù Cristo, Dio fatto uomo, era un mediorientale e che, probabilmente, se oggi gli apostoli, in quanto palestinesi, fossero venuti in Europa, sarebbero stati considerati immigranti economici, avendo già in patria un mestiere dignitoso, quello di pescatori, dunque irregolari per le normative comunitarie, costretti pertanto alla clandestinità. Non solo: di questi tempi si ostenta un apparente rispetto per il crocefisso, senza tener conto del suo vero significato. E qui sovviene la provocazione del compianto don Tonino Bello, grande pastore del ‘900, il quale diceva che “La croce l’abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte”. Ecco che allora si capisce bene perché i cosiddetti nuovi crociati del Terzo Millennio storcono il naso quando leggono, ad esempio, nel recente Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale (Gmm), a firma di Papa Francesco, pubblicato il giorno di Pentecoste, che la Chiesa, per sua vocazione deve essere “ in uscita fino agli estremi confini”. Papa Bergoglio, nella tradizionale missiva per la Gmm – che quest’anno si celebrerà il 20 ottobre sul tema: “Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo” – non ha dubbi nell’affermare la sacrosanta teologia del Regno. “Noi non facciamo proselitismo”, perché la fede cristiana “non è un prodotto da vendere, ma una ricchezza da donare”. “Quanti santi, quante donne e uomini di fede ci testimoniano, ci mostrano possibile e praticabile questa apertura illimitata, questa uscita misericordiosa come spinta urgente dell’amore e della sua logica intrinseca di dono, di sacrificio e di gratuità”, sottolinea Papa Francesco. È per questo che afferma con grande convinzione: “Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio”. La domanda, allora, che dovremmo provare a porci è fondamentalmente questa. Se Cristo fosse oggi presente nella nostra società, fisicamente, come duemila anni fa, dove andrebbe? Nel Vangelo di Marco (1, 14 ss.) leggiamo che “Gesù andò nella Galilea”. Iniziò, quindi, ad evangelizzare lontano da Gerusalemme, in una regione lontana dall’istituzione religiosa giudaica, una terra di confine, a diretto contatto con i pagani. E poi Marco aggiunge, “Proclamando il Vangelo di Dio”, cioè la Buona Notizia di Dio. E qual’era questo lieto annunzio? L’affermazione, potremmo noi dire oggi, di un “mondo capovolto”, quello di un Dio radicalmente diverso da come i rabbini l’avevano presentato. Non più un Dio che chiede il conto, ma un Dio che dà sé stesso. Non più un Dio che castiga, ma un Dio che perdona. E cosa gridava a gran voce il Messia? “Il Regno di Dio è vicino”. Nella nuova relazione con Dio che Gesù propone, quella con il Padre, non c’è più una legge, un codice esterno all’uomo che l’individuo deve osservare, ma c’è l’accoglienza e la pratica di un amore simile al suo. D’altronde, al centro dell’attività missionaria, che peraltro è connaturale alla Chiesa (senza Missione non c’è la Chiesa), si colloca proprio il Regno di Dio. E sebbene, come leggiamo nell’enciclica di San Giovanni Paolo II Redemptoris Missio, “non si possa disgiungere il Regno dalla Chiesa. Certo, questa non e fine a se stessa, essendo ordinata al Regno di Dio, di cui è germe, segno e strumento” (18). Sta di fatto che questo Regno, che oggi si manifesta nella presenza di Cristo nella nostra Storia, è un qualcosa di straordinariamente meraviglioso e avvincente per chi ha avuto il dono di farne l’esperienza. Un Regno di cui i santi, che la Chiesa venera con rigore, hanno annunciato e testimoniato. È chiaro che quando si realizzano nel mondo situazione di Pace, di Giustizia, di Riconciliazione, quando viene rispettata l’integrità del Creato… tutte queste dimensioni rimandano inevitabilmente al Regno. Ma “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”. (Gv 3,8). A riprova che noi cattolici non abbiamo il monopolio del bene, mentre invece, per vocazione dovremmo essere servitori dei poveri. Una cosa è certa: “Siamo figli dei nostri genitori naturali, ma nel battesimo ci è data l’originaria paternità e la vera maternità”, ricorda Papa Francesco, secondo il quale “non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre”.

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