I POPOLI DEL MARE

DI LUCA BILLI

Sapete che io amo la storia delle parole e soprattutto le storie che le parole raccontano. La parola mare ne racconta una particolarmente interessante.
L’etimologista senese Otorino Pianigiani nota che latini, germani, celti e slavi usano praticamente la stessa parola per indicare questa misteriosa distesa d’acqua salata che bagna le terre emerse. E’ un caso piuttosto raro, che egli deriva dall’antichità di questa parola: evidentemente quegli uomini, quando erano un unico popolo intorno alle sponde del Ponto Eusino, quello che noi chiamiamo Mar Nero, prima di dividersi seguendo il corso dei grandi fiumi del continente europeo, hanno imparato a conoscere il mare e hanno scelto quella parola per indicarlo. L’etimologista tedesco Georg Curtius riconosce in questo termine un’antica radice indoeuropea che ritroviamo nel latino mors: in sostanza il mare è il luogo infecondo, in cui nulla può crescere. Noi ovviamente sappiamo che nel mare c’è una incredibile ricchezza di vita vegetale e animale – una vita che peraltro noi uomini mettiamo ogni giorno in pericolo – anzi sappiamo che la vita è nata nelle acque e che noi stessi, con tutte le nostre filosofie, siamo nati nell’acqua, ma verosimilmente per quei popoli antichi, millenni prima delle teorie sull’evoluzione di Charles Darwin e dei documentari di Jacques Cousteau, quella distesa di acqua era qualcosa che non produceva frutti e quindi qualcosa di morto.
Invece gli antichi greci hanno diversi nomi per chiamare il mare. Il più comune, quello che troviamo con maggior frequenza in Omero è θάλασσα – thalassa – probabilmente la più antica di tutte le parole greche per indicare quella apparentemente infinita distesa di acqua, di antica origine cretese, in cui non c’è traccia dell’idea di morte, di infecondità, ma la cui radice indica che quell’acqua, a differenza di quella delle sorgenti e dei fiumi, è salata. Poi ci sono due termini, πόντος – pontos – e πέλαγος – pelagos – che indicano rispettivamente il mare che si può attraversare e quello aperto, di cui non si conosce la fine. Queste due parole sono nate con tutta evidenza in un popolo che ha cominciato a navigare e che quindi definisce il mare in rapporto a se stesso.
Omero era un cantastorie che per aiutare la memoria – sia la sua che quella degli ascoltatori – utilizza frasi ricorrenti. Una delle più famose è οἶνοψ πόντος – oinops pontos – ossia il mare del colore del vino. Credo che solo a un greco potesse venire in mente questa analogia, così incredibilmente domestica, osservando il colore scuro del mare all’alba, quando i pescatori partivano per la loro fatica quotidiana, e lo stesso colore nel vino forte e carico che bevevano quegli stessi uomini al ritorno.
E’ come se in quei tempi lontanissimi, il tempo in cui gli uomini cominciarono a “costruire” le lingue, la distinzione fosse tra i popoli del mare, quelli che non ne avevano più paura, e quelli della terra, che invece temevano il mare e lo guardavano con timorosa venerazione.
In fondo credo siano ancora i due modi con cui ciascuno di noi guarda il mare. Mia moglie ed io lo amiamo entrambi e immaginiamo che quando saremo più vecchi concluderemo le nostre vite in una piccola città di mare, eppure c’è in noi – forse per un qualche marcatore genetico o più probabilmente per dove siamo nati e cresciuti – un diverso atteggiamento di fronte a esso. Lei è decisamente greca e io indiscutibilmente latino, lei considera il mare un elemento primigenio e ha con esso un’innata familiarità, mentre io, davanti a quella distesa senza fine, conservo il timore che si ha di fronte a una inconoscibile e distante divinità.
Immagino che tra le donne e gli uomini che ogni giorno cominciano un viaggio incredibilmente faticoso esistano gli stessi antitetici sentimenti. Benché abbiano qualcosa di ben più urgente a cui dover pensare, forse anche solo per un momento pensano a quella distesa che sta loro di fronte: per uno sarà mare, per un altro sarà θάλασσα. Eppure per troppi quel mare – comunque lo abbiano chiamato all’inizio del loro viaggio – ritorna a essere, non solo etimologicamente, il luogo della morte.