GLI “INVISIBILI” CI DARANNO LA FORZA DI RIBELLARCI

DI CLAUDIA SABA

Sono le 11.30.
Su questa strada passo spesso per tornare a casa.
Ma oggi iniziano ufficialmente le vacanze e torno un po’ prima del previsto.
Qualcuno sta già preparando il pranzo mentre, qualcun altro,
starà facendo la spesa come me.
Lui, non può.
Lui non lavora.
A lui un lavoro glielo hanno sottratto tempo fa e alla sua età, nessuno è disposto a dargli altre possibilità.
Lui fa la spesa qui, in questo cassonetto dell’immondizia.
Da tre anni.
Da quando è stato licenziato.
Non sa cosa porterà a tavola, e non sa neppure a che ora del giorno riuscirà a mangiare.
Mi guarda mentre gli passo accanto e lo guardo anch’io negli occhi.
I suoi occhi non mentono.
Sono gli occhi di chi sente di aver perso tutto.
Occhi di chi non ha più speranze.
Occhi assenti come le persone che guardano passando, senza neppure vederlo.
Occhi che hanno chiesto disperatamente, a cui nessuno si è degnato di rispondere.
Occhi che hanno smesso di implorare.
Ma quando abbiamo iniziato a precipitare così in basso?
Quando abbiamo smesso di essere “umani”?
E mi chiedo ancora quando abbiamo sottratto dignità all’uomo, sostituendola con il progresso, con l’indifferenza.
Eppure per qualcuno non esiste un’emergenza in questo Paese.
Non esiste neppure in quelle periferie di provincia abbandonate a se stesse
dai signori della politica.
Gli stessi signori che siedono ogni giorno su poltrone d’oro senza guardare mai, i “diversi”.
È inutile parlare di sociale con chi ogni giorno fomenta certe situazioni.
È una guerra tra poveri senza precedenti.
E sono stati proprio loro con i loro silenzi, i loro imbarazzi, le loro assenze a provocarla.
Loro, tutti presenti oggi a condannare il capolavoro che hanno costruito, in tanti anni di crisi profonda.
Senza comprendere che in mancanza di un serio intervento, fin dentro al tessuto sociale di questo Paese, sarà sempre peggio.
Forse dovremmo cominciare a ripetere ogni giorno, che si, siamo in piena emergenza.
Che la vera bomba sociale è pronta ad esplodere.
Che siamo proprio noi, quelli ben vestiti, quelli che si prodigano verso altri sventurati come lui, quelli di cui avere paura.
Chi rovista nei cassonetti, questo lo sa.
E non ha più nulla ormai, da chiedere a nessuno.