ARGENTINA, IL BOOMERANG DEL DEBITO PREOCCUPA GLI ESPERTI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Erano appena iniziati gli anni ’90 quando Susan George (economista, politologa, filosofa e attivista statunitense naturalizzata francese) pubblicò un libro destinato a cambiare la storia delle relazioni tra Nord e Sud del mondo: “Il boomerang del debito” (Edizioni Lavoro, 1992). In questo saggio, spiegava come l’impagabile debito contratto a partire dagli anni ’70 dai cosiddetti paesi del Terzo Mondo con gli Stati del Nord, le banche e le organizzazioni finanziarie internazionali, si sarebbe trasformato in un problema anche per i paesi ricchi, quelli per i quali il saldo finanziario è sempre positivo. Con una lucidità profetica, Susan George aveva previsto tutto: la catastrofe ambientale mondiale, con distruzione delle foreste e uso massiccio di fertilizzanti per la necessità dei paesi indebitati di aumentare le esportazioni di prodotti agricoli e materie prime; l’invasione del mercato del Nord di droghe prodotte nel Sud del mondo, più redditizie – ai fini del pagamento dei debiti – dei tradizionali prodotti “coloniali” (parola qui usata con intento polemico); un aumento della disoccupazione nel Sud del mondo e quindi minore capacità di assorbire i prodotti delle industrie dei paesi del Nord, con conseguenze sull’economia di questi ultimi; un aumento dei flussi migratori.
Periodicamente il Fondo monetario internazionale (Fmi, uno degli organismi finanziari internazionali che concede prestiti ai paesi emergenti, come vengono chiamati oggi) ammette parzialmente i propri errori, ma poi continua a reiterarli, concedendo prestiti che fin dall’inizio risultano impagabili, per poi incidere fortemente sulle scelte di politica economica di questi Stati: privatizzazioni selvagge, anche di quei settori come la scuola e la sanità, cruciali per un minimo di giustizia sociale; apertura del mercato dei capitali, che significa che i capitali entrano ma più spesso escono; aumento della pressione fiscale, per fare fronte alle scadenze dei pagamenti degli interessi, come se questo non deprimesse i consumi e, di conseguenza, il Pil e il gettito fiscale.
Nel frattempo, il livello di indebitamento dei paesi emergenti comincia a preoccupare gli esperti, come dimostra un recente studio dell’Institute of International Finance di Washington, consulente delle principali banche e fondi di investimento del mondo. Secondo lo studio, i paesi il cui debito è in forte crescita sono Messico, Turchia, Pakistan e soprattutto Brasile (qui ha quasi raggiunto l’80 per cento del Pil). In Argentina in questo momento è stabile, anche se attorno all’83 per cento del Pil, tanto che gli economisti hanno lanciato un allarme sul rischio roll-over (necessità di rifinanziare il debito), oltretutto in condizioni avverse del mercato e senza con questo evitare nuove manovre fiscali. Obiettivi definiti challenging dagli esperti di finanza internazionale. Traduzione: carneficina sociale. E di conseguenza economica.
Al momento l’Argentina gode di una tregua armata, in vista delle elezioni presidenziali di ottobre, precedute – tra due domeniche – dalle primaria (Paso). Dal momento che l’attuale presidente Mauricio Macri, il grande indebitatore (dopo aver ereditato un paese privo di debiti), è favorito dalla finanza internazionale, i creditori in questi mesi hanno evitato di stare con il fiato sul collo alla banca centrale, che ha potuto vendere le riserve di dollari per mantenere intorno ai 45 pesos il valore della moneta statunitense. Anche ulteriori aumenti delle tariffe e una nuova manovra fiscale sono stati congelati fino alle elezioni di ottobre. Ma poi, ha già annunciato Macri, “porteremo a termine il lavoro iniziato quattro anni fa, più velocemente possibile”. Che non si dica che non ha avvisato per tempo.
E siccome il debito è un boomerang, controllate per bene dove ha investito quel bel fondo in dollari – “sicuro, stia tranquillo” – che vi hanno venduto in banca.