2019, ODISSEA AL PRONTO SOCCORSO

DI CLAUDIA SABA

Vorrei un ricovero d’urgenza per chi ha raso al suolo, il Pronto soccorso di Latina.
Vorrei si ricoverasse qui sotto mentite spoglie e, non riconosciuto, trattato come un cittadino comune.
Vorrei che entrasse alle 20 di una sera qualsiasi e parcheggiato in un angolo come un relitto, un numero, un niente.
Ad aspettare per ore un prelievo e poi dimenticato in un lungo corridoio pieno di gente, con l’aria climatizzata a tutto regime.
E che, comunque vada, lo porterà a polmonite certa.
Vorrei restasse lì, in attesa di mago Zurli’ che, dopo quattro lunghe ore di attesa, in un’improvvisa visione,
si ricordasse di lui, un
numerino messo lì in un angolo.
Ma quello che vorrei di più è che, a quel punto, gli venisse fatto un secondo prelievo perché il primo non è scritto da nessuna parte.
Saremmo alle comiche se la situazione non fosse tanto tragica.
Pezzi di carne appoggiati ovunque.
In tre stanzoni.
Codice giallo, codice verde, codice rosso.
Poi c’è la stanza dei bambini, ma anche qui si vedono solo adulti parcheggiati in barella.
Ammucchiati, catalogati, numerati con i cartellini come al supermercato.
Qualcuno di loro deve essere ricoverato ma non ci sono letti nei reparti e così dovrà restare qui fino a quando se ne libererà uno.
I disagi sono aumentati da quando il commissario ha eliminato altre realtà ospedaliere nei dintorni di Latina.
Il bacino d’utenza per un solo ospedale è cresciuto a dismisura e la logica conseguenza è stato un disagio enorme per tutti.
Ma il commissario in questione, oggi premiato per il suo “operato”, ha pensato bene di diminuire anche il personale sanitario.
E questo è il risultato.
Gente al macello e non malati di cui prendersi cura.
Ma perché stupirsi?
La sanità italiana è così dappertutto.
Eccezion fatta per qualche località del nord.
E così mentre i “commissari” se la godono passando tra barche a vela e navi da crociera, primari a pagamento e personale a loro servizio,
“noi siamo ancora qui”.
A guardare chi va in spiaggia e con chi, a giudicare gli idioti, che sono e resteranno comunque idioti, a spiare e controllare le inezie piuttosto che le cose veramente importanti, come chi sta tre giorni con una frattura al femore, parcheggiato sopra una barella.
O come qualcun altro costretto a tornare a casa a mani vuote, senza il farmaco salvavita.
Perché non c’è, non è arrivato e le scorte sono terminate.
Intanto noi, dopo sei ore e due prelievi, quasi alle tre di notte, vediamo finalmente un medico.
Si avvicina, guarda i risultati delle analisi e ci rassicura.
“Lei sta bene. La pressione si è stabilizzata. Ci scusi per i prelievi fatti due volte, ma in questo stato non si riesce a fare di meglio”.
Già, in questo stato non si può fare meglio.
E noi siamo già fortunate ad esserne uscite vive.