SE TUTTA LA CITTÀ ANDASSE A SEDERSI SU QUEGLI SCALINI…

DI SANDRO MEDICI

La prima manganellata la presi sulla scalinata di Trinità dei Monti. Era l’estate del 1965, avevo quattordici anni e mezzo. Nel corso del tempo ne presi altre, molte altre, ma quella me la ricordo ancora. Inspiegabile, gratuita, inutilmente feroce. I celerini caricarono sadicamente le ragazze e i ragazzi seduti sugli scalini, mentre cantavano e suonavano, sorridenti e felici. Fracassando chitarre e tamburi, calpestando borse e zaini, strappando giornali e spartiti. Sgominando insomma quel pacifico raduno di quelli che allora venivano definiti “capelloni”. Malmenati e scacciati perché deturpavano l’armonia architettonica con la loro estetica considerata stracciona, tanto trasgressiva quanto minacciosa.
Persi l’innocenza, in quel pomeriggio d’estate: sebbene i miei capelli fossero ancora corti. Fu per me, ignaro e ingenuo, il primo strappo “politico”, il primo di una lunga serie ma tuttavia il più spinoso. Ero felice ed eccitato in quei giorni. Solo qualche settimana prima ero andato al concerto dei Beatles all’Adriano e mi si era aperto un mondo, un mondo nuovo e promettente. Ma quella manganellata spezzò i miei entusiasmi; quella brutale proibizione a sedere sulla scalinata mi suscitò un gran furore.
E quell’indignato furore torna ad affiorarmi perché dopo più di cinquant’anni torna quel divieto. L’ha deciso una sindaca arrogante che ritiene quella scalinata un luogo da depurare e disinfettare e non pensato per accogliere e abbracciare. Chi nel Settecento lo progettò (Bernini prima e De Santis poi) scolpì quelle curve esattamente per invitare a fermarsi, ad accomodarsi, a lasciarsi accarezzare da quelle linee concave. Ma cosa volete che ne sappia Virginia Raggi, una donna senza storia e senza cultura.
Quanto mi piacerebbe se tutta la città andasse a sedersi su quegli scalini…