COMPAGNI, SVEGLIA

DI ALBERTO BENZONI


Salvini e Zingaretti vogliono le elezioni subito ma per ragioni diverse.
Salvini è un pokerista che sa di doversi alzare dal tavolo al più presto. Sinora ha continuato a vincere ma la sua fortuna si sta esaurendo. Perché sulle cose che più interessano il suo elettorato tradizionale – flat tax e autonomia differenziata – non riuscirà a imporre le proprie vedute all’interno del governo. Mentre, per altro verso, è sicuro, e a buona ragione, di poter incassare l’intera posta, leggi la maggioranza assoluta, all’indomani delle prossime elezioni.
Zingaretti è invece un ragioniere mediocre. Ma lucido. A lui non interessa vincere. Interessa arrivare secondo. E senza terzi incomodi. Conta, ma qui forse sbaglia, sulla decomposizione del M5S o, comunque, sulla sua irrilevanza politica. E, ancora, conta, e purtroppo con più di qualche fondamento sull’assorbimento/emarginazione di quello che resta della sinistra di opposizione. In nome della difesa della democrazia, del voto utile, dell’Italia migliore, dell’Europa, dell’antifascismo, dei valori, dell’ambiente. dell’accoglienza e di tutto quello che vi pare. Sa che perderà. Ma non gliene importa poi così tanto. Perché avrà il controllo assoluto dell’esercito sconfitto; e, per inciso, del suo gruppo parlamentare. E perché quel pochissimo rimasto della sinistra, diciamo così, indipendente, sarà accorso sotto le sue bandiere o si sarà chiuso in un sdegnoso e irrilevante silenzio.
Sua Mediocrità (parlo sempre di Zingaretti) corre sapendo di perdere. E già questo rende l’appello al voto utile un imbroglio. Il “voto utile” serve per vincere. Non per garantire al Pd o alla sua coalizione 180 seggi in Parlamento anziché 150. E questo occorre dirlo, da subito e con forza. Aggiungendo, con la stessa intensità vocale, una cosa che sanno tutti ma che pochi dicono: e cioè che il Pd, dalla nascita della seconda repubblica in poi, non è mai stato credibile come alternativa alla destra e lo è ancora meno oggi. Che si tratti di politica economica e sociale, di immigrazione o di ambiente.
Per questo, dire no non solo a Salvini ma anche a Zingaretti dovrebbe essere, per tutti noi, un elementare dovere non solo politico ma anche intellettuale e morale.
Ma non possiamo, però, fermarci a questo punto. Perché, se lo facessimo, commetteremmo l’errore dei Salvemini e degli Amendola, ma anche dell’opposizione massimalista e comunista nel 1922; quando tante grandi intelligenze e tante anime belle salutarono con soddisfazione l’avvento di Mussolini al potere. “Meglio lui del putridume politicante del primo dopoguerra”; “meglio la reazione chiara di quella occulta”. Eccetera, eccetera.
Non siamo nel primo dopoguerra. Non confondiamo Salvini con Mussolini. Non crediamo che il fascismo sia alle porte. O come ci hanno raccontato quelli del Pd, che siano in vista oli di ricino o campi di concentramento. Siamo però sicuri che la vittoria della Lega e di tutto ciò che questa rappresenta sarebbe un disastro irreparabile per il nostro paese; per il suo corpo e, se permettete, anche per la sua anima. E che dobbiamo fare tutto il possibile per impedirlo.
Riteniamo l’opposizione del Pd perdente perché non credibile? Benissimo. Ma allora costruiamolo noi questo schieramento credibile. Su pochi punti programmatici. Ma soprattutto su poche, ma chiare idee forza. E con tutti quelli che ci vogliono stare, qualsiasi sia la loro collocazione ideologica. Senza capi e capetti, pregiudiziali del… e trattative estenuanti sulle liste. E, possibilmente, in presa diretta con quel mondo di sinistra che è diffuso e che cresce (basti pensare a quello cattolico) ma che ha per la politica politicante un sospetto profondo. E totalmente giustificato.
Stiamo parlando di una larga alleanza. E, ebbene sì, di una lista che la rappresenti.
So bene che le mie saranno parole al vento. Ma sentivo il dovere di dirle. Perché l’alternativa a questa proposta è il nulla. Il nulla di chi si affanna a tenere accesa la fiammella del socialismo in una stanza chiusa; di chi costruisce a getto continuo nuovi partiti con le relative scissioni; e di chi ritiene che non vale la pena di combattere una partita che si ritiene persa in partenza. Mentre fuori dalle nostre piccole dimore, la casa brucia e il peggio si avvicina.