LA STRATEGIA DI RENZI: RISCHI E POSSIBILITÀ’ DELL’ACCORDO COI 5 STELLE

DI ALBERTO EVANGELISTI

Matteo Renzi, dopo un periodo di auto dichiarato (ma non praticato) oblio, torna a dettare ila strategia del PD. Lo fa con una intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, in cui spiega che andare immediatamente al voto sarebbe un errore e che, per quanto umanamente difficile come scelta, ritiene doveroso un tentativo di accordo con il Movimento 5 Stelle.

Oltre a Calenda, rimasto sulla posizione del non accordo, Renzi ha ricevuto immediatamente il diniego di Zingaretti, anch’esso tramite una intervista rilasciata, questa volta all’ Huffington Post e la scelta delle due testate probabilmente non è casuale.

Perché, proprio Renzi, da sempre il più ostile avversario di un qualsiasi accordo con i 5 Stelle, adesso ne diventa l’inaspettato (neanche troppo) promotore?

La prima cosa da dire, anzi da scrivere nella pietra, è che questa è una delle crisi di Governo potenzialmente più dannosa che si ricordi, sia per le tempistiche e per i risvolti economici conseguenti, sia per le conseguenze internazionali che dal voto potrebbero derivare. Tutti i protagonisti stanno navigando più o meno al buio e, ad ora, non pare esistere “La Soluzione” perfetta, quella senza rischi, motivo per cui chiunque propenda per una opzione o per l’altra, di certo non può farlo con assoluta certezza e a cuor leggero.

Detto ciò, in ciascuna scelta, inevitabilmente fatta da uomini, si mischia la visione politica con quella individuale, in un mix complesso di spinte, spesso discordanti.

Si potrà dire che la scelta di Renzi sia spinta fondamentalmente dal desiderio di mantenere la maggioranza nei gruppi parlamentari del PD, o ancora dalla necessità di più tempo per la costituzione di un eventuale partito proprio. Tutte cose che in qualche modo hanno probabilmente contribuito alla posizione. Limitare l’analisi a questo sarebbe però evidentemente ingenuo e parziale.

Ingenuo perché muoverebbe dall’idea che l’eventuale calcolo personale muova Renzi e solo lui quando il medesimo criterio potrebbe essere utilizzato mutatis mutandis per qualsiasi posizione espressa da chiunque sia coinvolto in questa crisi: si potrebbe quindi sostenere che la scelta di Zingaretti sia dettata dalla voglia di eliminare i renziani dai gruppi parlamentari del PD, acquisendo finalmente anche in quell’ambito la maggioranza che ora ha in segreteria; si potrebbe anche dire (ed è stato detto), che lo stesso Salvini abbia innescato la crisi, non certo per mero spirito di sacrificio verso il governo del paese, ma per un mero calcolo di tornaconto personale. L’intervista di Renzi, peraltro, si sofferma molto su Salvini e, ad un certo punto, giudicando i “deliri d’onnipotenza” legati alla richiesta di pieni poteri, lo paragona a Badoglio. La scelta è interessante per il linguaggio: non usa come termini di paragone Mussolini o Hitler, storicamente spesso richiamati per le leggi sui pieni poteri da ciascuno volute, ma Badoglio, personaggio altamente osteggiato da tutta quella parte di elettorato salviniano d’ispirazione neofascista che avrebbe letto in fondo con simpatia quell’accostamento.

Tralasciando quindi le aspirazioni personali che, inevitabilmente, hanno un ruolo nelle scelte di ciascun politico, quali sono le prospettive strategiche che hanno spinto Renzi e quali i rischi?

Sulla parte dei rischi, come già scritto, esiste la prospettiva concreta che un qualsiasi Governo che dovesse nascere adesso in parlamento, sia costretto a prendere provvedimenti impopolari dal punto di vista economico per assicurare la manovra e, nel fare ciò, sia costantemente preso a bersaglio dalla propaganda sovranista che riscuoterebbe un doppio vantaggio: avere qualcuno che gli toglie le castagne dal fuoco e aumentare ulteriormente nei consensi, come spesso capita a chi fa opposizione.

Da questo punto di vista, chi sostiene che si debba andare immediatamente al voto, tentando di fermare adesso Lega e FdI nelle urne, è certamente una posizione più coerente e quindi più facile da mantenere.

Di contro però esistono alcune considerazioni da soppesare e mettere sull’altro piatto della bilancia.

La possibilità che da qui ad ottobre la lega si sgonfi in maniera considerevole è veramente bassa; peraltro potrebbe contare sull’appoggio pressoché incondizionato della Meloni, di parte degli esuli di Forza Italia e, ad oggi, di un Berlusconi che, con un po’ meno dignità di chi manda messaggi agli ex alle quattro di notte quando beve, ancora spera nel ripristino della vecchia coalizione. Praticamente parliamo di una larghissima maggioranza del Parlamento che comporrà la prossima legislatura.

Quindi, sebbene le battaglie di principio, per quanto perdenti, possano trovare una propria dignità politica, Renzi, da sempre uomo dotato di pragmatismo, sa bene che se domani scade un prestito e scatta il fallimento, l’unica soluzione è tentare un rifinanziamento, per quanto difficili da pagare siano le rate.

Va aggiunto, peraltro che nel 2022, ossia nel pieno della prossima ipotetica legislatura di cui sopra, scatta l’elezione del Presidente della Repubblica, aspetto questo assolutamente non secondario, anche per l’attenzione che a ciò pone il Quirinale.

Ci sono poi alcuni elementi che, probabilmente, hanno convinto Renzi che la missione “nuova maggioranza”, non sia del tutto suicida.

Prima di tutto l’Europa: in questo momento un Parlamento italiano composto da una larga maggioranza sovranista, peraltro guidato da un partito come la Lega verso cui, sulla stampa e non solo, si discute copiosamente dello stretto legame con la Russia, rappresenta probabilmente una minaccia percepita come ad altissima gravità. Non sarebbe sorprendente quindi un atteggiamento meno rigido che consenta di portare avanti una manovra meno “lacrime e sangue” di quanto oggi verrebbe da pensare.

Secondo: la retorica dell’inciucio questa volta sarebbe fortemente ridimensionata dal fatto che lo stesso Governo che la lega sta facendo cadere non nasce certo nelle urne, ma in Parlamento. L’accordo Lega-5 Stelle ha, se non altro, sdoganato definitivamente per molti un fatto che, in realtà, rimane cristallino ed immutato dal 1946: l’Italia è una Repubblica parlamentare.

Terzo: il taglio dei parlamentari. Non credo che Renzi di per se sia favorevole alla manovra, ma sa che deve fare di necessità virtù e che su questo argomento ha dialetticamente gioco facile a far apparire Salvini come quello che vuole “salvare il sistema”.

Quarto: la corrente. La storia delle crisi di Governo ci insegna che, per motivi lapalissiani, è molto più facile coalizzare i parlamentari in nuove maggioranze che farli optare per lo scioglimento delle Camere. Renzi ha gettato, per primo, in Parlamento una scialuppa, e c’è da aspettarsi che in molti alla fine ci saliranno sopra.

A questo punto però, andando oltre il ragionamento di Renzi, vengono un paio di considerazioni: se nuovo governo deve essere, che sia politico. Lasciamo stare, per questa volta i tecnici e preserviamoli in caso servano veramente e, soprattutto, se si vuole sperare di far accettare la cosa all’opinione pubblica, occorre metterci la faccia. Qualsiasi cosa che faccia pensare a meccanismi occulti, all’idea di fare facendo finta di non fare, farebbe inevitabilmente il gioco di Salivini Co.

Da ultimo, se Governo deve essere, che duri il più possibile, possibilmente fino a fine legislatura e che, magari, tenti di governare seriamente questo Paese che ne ha estremo bisogno.

Alla fine, per pagare, morire, e far governare Salvini, c’è sempre tempo.