ARGENTINA: IL PERONISMO TORNA A VINCERE E TRIONFA ALLE PRIMARIE

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Domenica 11 agosto in Argentina si è votato per le primarie e per la prima volta ho votato anch’io. Grazie a una legge che consente agli stranieri con residenza permanente (che si ottiene dopo tre anni di permessi di soggiorno temporanei, due anni per i cittadini del Mercosur) di votare alle amministrative, ho potuto iscrivermi alle liste elettorali e domenica mattina mi sono presentata felice e orgogliosa al seggio con il mio documento di identità argentino (che mi consente di viaggiare in tutti i paesi del Mercosur senza passaporto, tanto per capire le differenze con la politiche migratorie europee). Ho cercato il mio tra gli iscritti, ho preso la busta dalle mani del presidente di seggio e sono entrata in cabina e ho fatto la mia scelta. Le primarie o Paso (primarias abiertas simultáneas y obligatorias) permettono di scegliere i due candidati che si giocheranno, a fine ottobre, la carica di presidente della nazione, quella a governatore delle diverse provincie e la jefatura della città autonoma di Buenos Aires (per la quale ho potuto votare io).
Un test elettorale dagli esiti relativamente scontati sui candidati che sarebbero passati per la corsa alla presidenza della nazione: l’attuale presidente Mauricio Macri con il suo vice Miguel Angel Pichetto, da una parte; dall’altra, Alberto Fernández con Cristina Fernández di Kirchner (ex presidente e attualmente candidata a vice). Meno scontata, invece, la ripartizione dei voti che ha visto una schiacciante e per nulla scontata vittoria dell’opposizione, raggruppata nella coalizione “Frente de Todos” (vedi www.alganews.it/2019/07/09/argentina-mosse-a-sorpresa-sui-candidati-alle-elezioni-presidenziali/).
Alberto Fernández, ex ministro di Nestor Kirchner, ottiene il 47,65 per cento delle preferenze, contro il 32,08 per cento di Macri; per la corsa a governatore della provincia di Buenos Aires passa Axel Kicillof, ex ministro dell’Economia dell’ultimo governo di Cristina e in odor di marxismo: malgrado questa fama, passa con il 49,34 per cento delle preferenze, contro il 32,56 per cento di Eugenia Vidal, attualmente in carica. Le stesse percentuali, al voto di ottobre, permetterebbero la vittoria senza nemmeno passare per il ballottaggio.
Invece, per il governo della città autonoma di Buenos Aires, da sempre antiperonista, si riconferma il governatore Horacio Larreta (46,48 per cento), contro il candidato peronista Matías Lammens (31,93 per cento, un risultato comunque migliore delle aspettative).
Nei giorni scorsi, la voce della vittoria dell’opposizione già circolava negli ambienti politici. Le tre agenzie che si erano occupate di sondaggi preelettorali avevano diffuso dati più o meno sovrapponibili e dalle facce allegre di tutto lo staff elettorale di Alberto Fernández si poteva intuire che fossero ancora più positivi di quanto lasciato trapelare.
E così è stato, malgrado il grave ritardo con cui sono stati diffuse le prime proiezioni, a causa del collasso della rete dell’agenzia che doveva occuparsi di diffondere i conteggi per via telematica. E mentre Macri si limitava con voce rotta e faccia terrea ad ammettere di “avere avuto una cattiva elezione” (nella foto, il momento dell’annuncio), manco si trattasse di un piatto mal digerito o di una giornata no, nel quartier generale del Frente de Todos Alberto si presentava sul palco al braccio di Lita Boitano e Taty Almeida (https://www.youtube.com/watch?v=zfhScpxABI8), due madri di Plaza de Mayo – Linea fundadora.
Nei teatri della capitale, dopo lo spettacolo, alla notizia dei dati elettorali si sono levati lunghi applausi. Lo stesso nei bar dove gruppi di amici si erano riuniti per aspettare i risultati, sdrammatizzando con una “birra elettorale”.
Quali i motivi di una vittoria così schiacciante? Da una parte la capacità del peronismo di unirsi – per una volta – ma soprattutto la situazione fallimentare del paese a causa delle politiche neoliberiste del governo Macri, con l’inflazione al 45 per cento annuo, la disoccupazione oltre il 9 per cento (con punte del 50 per cento tra i giovani), la caduta del salario reale del 12 per cento annuo, malgrado gli aggiustamenti per contenere l’impatto dell’inflazione.
Le promesse del programma del Frente de Todos vanno nella direzione di una nuova redistribuzione del Pil: sostegno alle Pmi, rivalutazione delle pensioni, adeguamenti degli stipendi al tasso di inflazione, ricostituzione del ministero della Salute (declassato a segreteria) per garantire il ripristino del piano vaccinale per i bambini.
Curiosamente, i temi dell’immigrazione sono rimasti fuori dalla campagna elettorale, qualcosa di impensabile per l’Europa. Ma non deve stupire: se si elimina il reato di immigrazione clandestina e la possibilità di espellere uno straniero per non essere in possesso di un documento di soggiorno, il tema degli irregolari scompare da quella che in Europa diventa una lurida “agendina elettorale”.
Per quanto riguarda il debito con il Fondo monetario internazionale, Fernández aveva già parlato con i dirigenti nelle scorse settimane, promettendo rispetto degli impegni presi ma senza le imposte politiche di austerità che impoveriscono la popolazione e diminuiscono il gettito fiscale. Al contrario, puntando a politiche espansive che determineranno una ripresa del Pil e la possibilità di fare fronte, senza macelleria sociale, agli impegni di pagamento presi.
Da qui al 27 ottobre, giorno delle elezioni politiche, la strada è ancora lunga. E se una distanza di oltre 15 punti in percentuali sarà difficile da erodere, Mauricio Macri e i poteri economici che lo sostengono daranno battaglia. Già ieri mattina il dollaro, tenuto artificiosamente basso (43-45 pesos) nelle scorse settimane, è schizzato ai massimi storici (61 pesos), per poi attestarsi attorno ai 55 pesos alla vendita. La Borsa di Buenos Aires ha chiuso con un perdita del 37 per cento.
Tanto che Macri ha pensato bene di prendere la palla al balzo e di accusare del disastro gli elettori argentini, responsabili – come dichiarato in conferenza stampa – della reazione negativa dei mercati. “È tremendo quello che potrebbe succedere” ha minacciato. Come se la sovranità della volontà popolare fosse un optional rispetto alla sovranità dei mercati. Quella che si preannuncia, parafrasando il film “War Games”, sarà la “guerra termonucleare totale”.