NON CI SONO SCORCIATOIE

DI GIULIETTO CHIESA

(Risposta a Gianmarco Massaro)

Ciao Giulietto, spero di non disturbarti. Rispondimi pure quando hai tempo e quando ti va. Se ti va.
La crisi di governo e la mancanza di alternative valide attualmente all’orizzonte, hanno fatto sì che in me nascesse una sensazione che è difficile verbalizzare, quasi un grido disperato. Qualcosa del tipo: Non c’è tempo! Bisogna iniziare ad agire concretamente, inizialmente almeno su ciò che è macroscopico e su cui se non si agisce non si può pensare di fare niente di radicale o di valido a livello strutturale in futuro.
Quello che dico è: invece di focalizzarsi su ciò che divide, non sarebbe molto meglio unirsi su ciò che accomuna? Chessó, 1, 2, 3, 4 macro-punti massimo, unirsi su quelli e lottare tutti insieme per la loro realizzazione, fino alla loro realizzazione, facendo convivere all’interno di questa “coalizione” più anime magari con sfumature diverse, ma che almeno sanno il nome del nemico.
Io vedo che ci sono molte personalità e realtà validissime che potrebbero emergere e sfondare a livello nazionale nel “fronte sovranista”, come te, ma vedo anche che, a fronte di un nemico compatto e ben equipaggiato, noi siamo divisi in mille fazioni che molte volte guerreggiano fra loro e nessuna di queste realtà riesce ad emergere veramente sulle altre facendo sì che si rimanga sempre in questa poltiglia che per ora non sta portando ai risultati sperati, ai quali si potrebbe arrivare se invece si unissero le forze.
Pensavo, perché non vi parlate? perché non organizzate un “movimento di liberazione” voi che potreste veramente guidare l’Italia verso un futuro migliore (es. Italexit )? Sparo dei nomi a caso, così, random: Diego Fusaro, Francesco Labonia di Indipendenza, Ilaria Bifarini, Marco Guzzi, Marco Mori, Mauro Scardovelli, Arnaldo Vitangeli, Alessandro Montanari, Nicoletta Forcheri, Enrica Perucchietti, Guido Grossi, Francesco Toscano, Claudio Messora, Antonino Galloni, Mohamed Konare, Francesco Amodeo, Eugenio Miccoli, Eduardo Zarelli, Matteo Brandi, Giancarlo Marcotti, Marco Bersani, Fabio Conditi, Valerio Malvezzi… Eccetera, eccetera. E tutti i vari movimenti nascenti molto validi.
Avete molto di più che vi accomuna rispetto a ciò che vi divide. È importante adesso stare compatti e fare squadra sulle questioni più urgenti e importanti.
L’Italia ha bisogno di voi, c’è bisogno di un movimento serio, di gente seria, senza colore politico, ma unito su delle battaglie, su dei temi fondamentali, magari anche a scadenza: raggiunti quei punti fondamentali, quelle conditio sine qua non, ognuno per la sua strada e ognuno continua a lottare per il futuro che secondo lui è quello più auspicabile. Ma nel frattempo tutti compatti e forti contro il nemico e verso una situazione migliore rispetto a quella attuale e dalla quale poi si potrà lavorare anche da una posizione avvantaggiata. In modo concreto. A testa bassa.
Come vedi i nomi che ho fatto sono bene o male abbastanza eterogenei, ognuno da una prospettiva diversa può inquadrare lo stesso problema e lottare per la stessa soluzione. Insieme. È l’ora del risveglio!
Scusa lo sfogo e se mi sono permesso, avrò scritto sicuramente delle castronerie e in modo un po’ confusionario, ma penso sia veramente arrivato il momento di una svolta, sennò qui non se ne esce.
Buon proseguimento e buon lavoro!

Caro Gianmarco, il tuo “grido disperato” è condiviso da molti. In parte anche da me. Ma una risposta, a mio avviso, non c’è. L’idea di mettere insieme le personalità che elenchi è praticabile solo se si creeranno tutta una serie di condizioni, che a loro volta sono molto difficili da realizzare.
Inutile dire che si tratta di persone di valore, che hanno da tempo scelto la strada della lotta contro le storture ormai insopportabili del “sistema”. Non li conosco tutti. Ne conosco solo una parte. So che ne esistono molti di più, che non ho mai neppure sentito nominare. Ma sotto il minimo comune denominatore della volontà di lottare, c’è molto poco. È molto più facile descrivere le differenze, che sono pressochè infinite. C’è una serie di motivi per questo. Ne elenco alcuni. Ciascuno di loro ha una “storia” personale diversa da quella di tutti gli altri. Ciascuno ha fatto un’esperienza politica diversa da quasi tutti gli altri. Molti non hanno nessuna esperienza politica. Ciascuno ha un segmento di sapere e spesso ritiene che il proprio è l’unico, decisivo e tutti gli altri sono secondari. Nessuno o quasi sa cosa vuol dire lavorare insieme. Siamo tutti molto individualisti, e lo siamo tanto più che quasi nessuno di noi ha fatto esperienze collettive, con altri. Ciascuno ha il suo “giro” di adepti e teme che mettendosi insieme ad altri li perderà.
Potrei continuare a lungo e descriverei le molte esperienze di “coordinamento”, di intese e programmi comuni, che ho tentato in questi oltre vent’anni, vedendole fallire una dietro l’altra.
Ma il punto non è nemmeno questo. Il vero problema è che non solo non abbiamo un programma comune: non abbiamo un nemico comune. Detto in altri termini, ciascuno di quelli che tu hai indicato ha una “visione della crisi”, cioè del mondo contemporaneo, che è diversa da quasi tutti gli altri.
È ovvio che sia così e non me ne stupisco. Ci fu un tempo, nel secolo scorso, in cui i partiti politici di massa, i sindacati, svolgevano un ruolo di scuola collettiva. Questo favoriva il formarsi di idee comuni, di analisi comuni, di un metodo comune. Ci si combatteva in dure battaglie, ma ogni schieramento aveva idee “forti”, sedimentate. Ognuno attingeva a un patrimonio comune. Tutto questo non c’è più. Non c’è una interpretazione unitaria dei caratteri della crisi planetaria. Anzi le interpretazioni sono tante, diversissime, tanto diverse da rendere impossibile un qualsiasi programma comune.
Queste sono difficoltà profonde che non si possono superare con la buona volontà. Dunque per fare quello che tu vorresti che facessimo, occorrerebbe un grande bagno di umiltà collettiva, la volontà di individuare una “agenda comune”, superando i parametri, che non funzionano più, delle vecchie ideologie e giungere a una visione nuova della complessità della crisi contemporanea di quello che un tempo chiamavamo capitalismo e che adesso, addirittura, non c’è più, essendo stato sostituito da un nuovo “sistema”, che è ancora da definire nelle sue strategie, nei suoi obiettivi, nella sua struttura.
Io non penso che fare questo sia impossibile. Ma sono certo che richiede preliminarmente la creazione di una guida collettiva, comunemente riconosciuta come tale. E che presuppone la creazione (proprio dal nulla, o quasi) di una interpretazione condivisa del motivo della nostra sconfitta collettiva e dei modi per organizzare una contr’offensiva organica. Se non riusciremo ad avere un programma comune, che investa la politica sociale, le istituzioni, l’economia, la cultura, la scuola, l’informazione, la scienza, la politica estera, non potremo arrivare a fronteggiare un nemico possente e vincitore che ci sta incatenando.
Tutto ciò richiederà, anche se riuscissimo a superare le divisioni concettuali e ideologiche profonde, molto tempo. Un tempo storico. Mentre la crisi galoppa con la velocità della cronaca e dello spettacolo.
Ecco perché, per esempio, ho creato Pandora tv: perché pensavo di contribuire a costruire una visione comune. Non solo, e non tanto, di fare contro-informazione, quanto di produrre una cultura della complessità.
Purtroppo non vedo scorciatoie. Forse, se avessimo mezzi finanziari sufficienti potremmo imprimere una qualche accelerazione a questo processo, ma non li abbiamo e non penso che li avremo presto.
Questo non esclude una serie di tentativi, ai quali partecipo anch’io. Ma non mi faccio illusioni. Bisognerà comunque costruire un nucleo forte, capace di esercitare una forza di attrazione per gli altri. Una massa critica che si guadagni il prestigio sufficiente per attrarre forze significative attorno a un programma comune. L’esperienza del Movimento 5 Stelle è di fronte a noi per dirci che, in quel modo, is può creare (una volta sola) un sussulto di speranza e di cambiamento. Ma se non c’è una visione del mondo adeguata, il sussulto si trasforma in delusione e sconfitta. È quello che sta avvenendo. Senza una teoria rivoluzionaria non può esserci un movimento rivoluzionario.
Senza un larghissimo consenso popolare non ci potrà essere un cambiamento profondo in forme democratiche.