ARGENTINA AL VOTO: TREGUA ARMATA DOPO LE PRIMARIE PER CALMARE I MERCATI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Torna la calma (relativa) sui mercati finanziari argentini, dopo il messaggio di scuse ai cittadini del presidente Mauricio Macri di mercoledì. Un video registrato (www.youtube.com/watch?v=ucRpTLWkyco), per evitare che prendesse iniziative personali (come due giorni prima, durante la conferenza stampa in cui ha accusato gli elettori di essere responsabili dell’instabilità dei mercati, www.youtube.com/watch?v=tRMshzrioMw), recitato sotto dettatura. Il presidente ha chiesto scusa, ha lanciato segnali di pace e richieste di aiuto al rivale Alberto Fernández, uscito con un vantaggio di oltre 10 punti dalle primarie. Ha poi annunciato misure economiche provvisorie d’emergenza, da qui a fine anno, per alleviare la grave recessione in cui è caduto il paese durante il suo mandato, aggravata dai provvedimenti di austerity imposti dal Fmi. Trasferimenti alle famiglie, congelamento del prezzo della benzina per tre mesi, azzeramento dell’Iva sui beni di prima necessità fino a fine anno, piano di rateizzazione del debito con il fisco per le imprese.
Fernández, con il basso profilo che lo caratterizza, ha risposto di non avere nessun intento destabilizzatore e che cercherà di collaborare in tutti modi al mantenimento di un clima politico sereno, ma ha ricordato anche di essere soltanto il candidato alla presidenza, privo di qualsiasi carica politica e di potere effettivo.
Nel frattempo, il dollaro si è stabilizzato venerdì a 58 pesos, mentre il rischio paese è sceso di altri 125 punti a quota 1600. La Borsa ha chiuso in ribasso del 2,04 per cento (indice Merval), accumulando sulla settimana una perdita del 31 per cento.
La cosa più sensata da fare, per ridurre il clima di incertezza del paese, sarebbe anticipare la data delle elezioni (previste per il 27 ottobre), ma si tratterebbe di un provvedimento eccezionale per l’Argentina. L’unica strada percorribile è navigare a vista, sperare nella tenuta del peso e nell’assenza di eclatanti colpi di scena da qui al primo turno. Se i risultati delle primarie saranno confermati, non sarà necessario il ballottaggio.
Nel frattempo, con un ritardo di quattro anni, l’Europa si è accorta che l’Argentina è di nuovo una bomba a orologeria, come lo era nel 2001. In tutti i due casi, dopo governi neoliberisti, di quelli moderni e affidabili, tanto cari agli economisti e ai giornalisti italiani. Perché pare che le politiche che in Europa si chiamano “welfare”, in America Latina si trasformino in “populismo”. E spaventino a morte i mercati. Strano, perché i mercati hanno reagito in modo euforico anche all’elezione di Trump e Bolsonaro, noti populisti. In realtà i mercati reagiscono a tutti ciò che è vagamente di sinistra, alla prospettiva di politiche di welfare e redistributive.
Gli spazi che avrà Alberto Fernández, se eletto, per portare avanti politiche di questo tipo saranno minimi, stretto tra il debito contratto dal suo predecessore, la pressioni del Fmi, il rischio reale di imperinflazione e una popolazione impoverita, esasperata dai continui prelievi fiscali di questi anni per raggiungere quello che agli economisti monetaristi del Fondo sembra l’unico obiettivo da perseguire: il deficit zero. Il tutto senza quella gradualità che Macri ha sempre rivendicato. La realtà è che dalla fine del 2015 alla fine del 2018 le tariffe dei servizi pubblici sono aumentate del 1600 per cento e il trasporto pubblico nell’area metropolitana di Buenos Aires del 230 per cento. Conti alla mano, c’è chi usa la prima ora di lavoro per pagare la possibilità di arrivarci. E naturalmente, non sono i manager delle multinazionali.
Eppure, si ripete come un mantra che Maurizio Macri avrebbe sistemato i conti pubblici, senza nulla dire dell’aumento smisurato del debito: a inizio anno, oltre l’80 per cento del Pil, contro il 53 per cento del 2015 (ma alcuni analisti indipendenti sostengono che sia pari pressoché al 100 per cento). Ancora, la disoccupazione passata dal 4,5 per cento (vale a dire pieno impiego) al 9 per cento. E non per un errore di politica economica, ma perché questa percentuale, in un’ottica monetarista, è funzionale alla necessità di tenere bassi i salari, per controllare l’inflazione (che tuttavia in Argentina è legata al cambio del dollaro che si riflette sui prezzi delle materie prime e non a cause interne).
Ora, per la seconda volta in 20 anni, il paese viene messo in pericolo da politiche che sono l’esatta contrario di quella “redistribuzione populista” che tanto spaventa i mercati e le persone perbene.  L’Argentina si ritrova di nuovo a un passo dal default. E saranno di nuovo i “populisti” (che nel 2015 avevano consegnato agli avversari un paese libero da debiti) a dover rimediare ai danni altrui, ricostruire un tessuto industriale oggi allo stremo (dall’inizio del 2019 hanno chiuso 43 imprese al giorno, soprattutto Pmi, ma anche grandi multinazionali come Honda, che ha appena annunciato che lascerà il paese), rinvigorire il mercato interno, rilanciare i consumi, ricreare quei vincoli di solidarietà sociale che avevano permesso la ripresa dopo il 2001 e che oggi sembrano invece compromessi senza rimedio.