LA MIA BIGLIA CON FELICE GIMONDI

DI DARWIN PASTORIN

Felice Gimondi era il mito delle mie vacanze a Misano Adriatico, pensione completa, negli Anni Sessanta. Era l’estate della Mucca Carolina, di “Cocco bello, cocco di mamma”, tre ore dopo il pranzo e si poteva fare il bagno, del minigolf, di Dino e Marisa Sannia, di Ornella Vanoni e Gino Paoli, dei 45 giri, del calcio in riva al mare a imitare i dribbling di Gigi Meroni e di Gino Stacchini, di Jair e di Garrincha, dei fumetti, Tex Willer e Paperino, delle lunghe sfide con le biglie. Quelle con la foto degli assi del ciclismo. La mia era quella di Felice Gimondi.

Il fantastico e immenso e invincibile Felice, che aveva già conquistato un Tour de France, un Giro d’Italia e una Vuelta di Spagna. Era il mio campione sulla luna, l’asso che mi riempiva d’orgoglio, il ritaglio di giornale da incollare sul diario di scuola, l’atleta dal sorriso leggero, mai una parola gettata via, un aggettivo sprecato.

Pedalava con la forza di una semplicità assoluta. Sì, voglio ricordati in quelle estati a Misano: mi sentivo forte e imbattibile colpendo quella biglia, con tutta la mia forza e la mia felicità e la mia ingenuità. La biglia con Felice Gimondi. E, ogni volta, alzavo il braccio nel segno della vittoria: come facevi tu.

A 76 anni te ne sei andato. Per me resterai, sempre e per sempre, il compagno, silenzioso e discreto, prezioso e invincibile, della mia giovinezza prima. L’amico di Misano. Il fuoriclasse che ha saputo vestire la gloria senza arroganza. Con potenza e umiltà. Come i grandi, per davvero.