IL REGNO UNITO CROLLA, LA FRANCIA VOLA: SOVRANISTI, BENVENUTI NEL VOSTRO INCUBO PEGGIORE

DI MASSIMO NAVA

Non è dato sapere se Jeremy Corbynsegua la politica italiana o abbia chiesto consigli a Matteo Renzi. L’ultima mossa sembra un copia/incolla dettato da un imperativo assoluto : fermare Boris Johnson, dare un colpo di freno alla Brexit, impedire il « no deal » di fine ottobre, che avrebbe effetti rovinosi sull’economia del Paese e devastanti sulla coesione del non più tanto unito Regno Unito. Il leader laburista propone un’alleanza di tutti contro Boris, che gli permetterebbe di diventare “temporaneamente” primo ministro. In sostanza, un « governo di scopo » (copyright Matteo Renzi?) che esorcizzi la deriva populista, che possa rinegoziare con Bruxelles le condizioni di uscita, che prenda tempo prima della discesa irreversibile nel precipizio e portare il Paese a un nuovo referendum, anche se Corbyn resta prudente, consapevole che una parte del suo elettorato ha votato per l’uscita dall’Europa.

La mossa di Corbyn dà la misura dello stato confusionale in cui sta precipitando il Paese con l’avvicinarsi della data fatidica. Una lunga analisi dell’Economist sottolinea i pericoli di conflitti istituzionali e di salto nel buio, nel caso in cui si andasse a elezioni anticipate quasi in contemporanea con il no deal.
Basti pensare alla questione nord irlandese e al confine con la Repubblica d’Irlanda, tanto più che Johnson ha escluso il backstop. Basti osservare l’andamento dell’economia, dalla fuga di investimenti stranieri al vistoso calo del mercato immobiliare. Boris è un altro che vorrebbe “pieni poteri”, mentre la sua maggioranza è ridotta all’osso, e questo spiega i tentativi di forzare la mano, continuando a intossicare l’opinione pubblica con fantasmi anti europei su cui ha costruito la carriera politica. Sarebbe utile riflettere, dall’osservatorio britannico, sullo stato di salute di Paesi più importanti e vicini.

La Brexit ha avuto solo il merito di svegliare le classi dirigenti europee, di far comprendere l’urgenza di rilanciare un modello solidale e inclusivo

La Francia, nonostante la rivolta dei gilet gialli, un debito pubblico vicino al cento per cento del Pil, il costo dell’apparato pubblico, vive un momento positivo. Crescita del Pil, investimenti, innovazione, aumento dell’occupazione e di produttività per addetto, crescita demografica sono dati con il segno + che fanno immaginare l’avvicinamento alla Germania. Un successo che va condiviso fra la leadership di Macron e il modello istituzionale del Paese. Il presidente ha tenuto la barra dritta rispetto al programma di riforme e alle scelte di campo europeiste, approfitta di divisioni e difficoltà delle opposizioni, ha il suo punto di forza nella stabilità dell’esecutivo, almeno per tutta la durata della legislatura ed è stato il playmaker nella formazione del nuovo assetto ai vertici della Ue.

La Germania registra una frenata del prodotto interno, una flessione della produzione industriale, un calo delle esportazioni, in particolare del settore automobilistico, la spina dorsale del sistema industriale. È una fase recessiva che potrebbe perdurare nei prossimi mesi, ma il mercato del lavoro resta solido, il surplus commerciale ancora molto forte. Con la pubblicazione dei dati, molti esperti si sono messi al capezzale del Paese per comprende se si tratti di polmonite o raffreddore, e se le cause siano esterne (guerra dei dazi, recessione in Italia, Brexit) il che è abbastanza ovvio per un’economia esportatrice. Il sistema ha tuttavia dimostrato anche in situazioni peggiori forti capacità di reazione, grazie a relazioni politiche, industriali e istituzionali che nei momenti di difficoltà riescono a recuperare un senso di marcia nell’interesse generale. Sarà così anche questa volta, nonostante l’uscita di scena di Angela Merkel e le incertezze dei prossimi appuntamenti elettorali. Sarà così anche nell’interesse dei vicini europei, essendo suonata anche a Berlino la campana di una maggiore flessibilità su debito, investimenti pubblici, fiscalità europea.

Dovrebbe essere ovvio constatare quanto processi politici densi di incognite come la Brexit e una congiuntura internazionale sfavorevole abbiano ripercussioni su economie integrate. Ma sarebbe utile riflettere anche sui vantaggi della stabilità politica e di politiche continentali il più possibile condivise. I guai della Gran Bretagna sono lo specchio di ricette di “esperti” euroscettici distillate a sostegno di politiche sovraniste, delle fantasie di uscita dall’euro, degli effetti della propaganda populista. Una propaganda che ha avuto solo il merito di svegliare le classi dirigenti europee, di far comprendere l’urgenza di rilanciare un modello solidale e inclusivo, di dimostrare che l’integrazione continentale può essere, come direbbe Churchill, la peggiore soluzione, escluse tutte le altre.

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