GRANDI CLASSICI. L’AMOR FOU NE “LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO”

DI COSTANZA OGNIBENI

Era il 1° Aprile del 1981 e François Truffaut batteva il suo primo “Ciak” su una delle pellicole più sconvolgenti e significative della sua lunga carriera cinematografica. Le riprese finirono il 15 Maggio dello stesso anno, e di lì a poco sugli schermi di tutto il mondo prese vita una vicenda che divenne presto un grande classico, per l’universalità delle dinamiche narrate e per la capacità di regalare una nuova chiave di lettura a ogni nuova visione, senza mai tradire quella precedentemente intesa, ma anzi approfondendola e arricchendola di ulteriori significati.

Bernard (Gérard Depardieu) è un uomo come tanti, un cittadino della cosiddetta “middle class” francese. Ha una bella moglie, un figlio vivace ma ben educato, una casa confortevole e un buon lavoro. La vita scorre serena, per Bernard; le giornate si svolgono tranquille, uguali l’una all’altra, tra il lavoro, una cena in famiglia e una puntata al circolo del tennis di Grenoble gestito dalla signora Jouve, una distinta donna di mezza età rimasta zoppa in seguito a un incidente avvenuto quando era giovane. Una situazione di calma apparente, un mare in bonaccia le cui acque vengono perturbate dall’arrivo di una novità: l’appartamento accanto all’abitazione della spensierata famiglia viene affittato; il nuovo inquilino sembra una persona piuttosto perbene, ma nel momento delle presentazioni ufficiali, ecco spuntare la moglie: una splendida quanto inquietante Fanny Ardant, che nei panni di Mathilde giunge lì insieme a una coltre di ricordi che Bernard credeva sepolti, e nel giro di qualche istante lo riporta alla realtà di otto anni prima. L’affabile Bernard si trasforma di lì a poco in un uomo aggressivo, smanioso, irrequieto. Mathilde propone un’amicizia, ma, si percepisce, la relazione è nociva per entrambi, e nel giro di qualche istante diviene narcisista, manipolatrice, complice e artefice allo stesso tempo di un gioco al massacro cui Bernard prova invano a sottrarsi. Invano perché schiavo, come tanti, di una credenza popolare che lo guida in un’escalation di eventi che lo faranno precipitare in un baratro. Una convinzione che lo porta a credere che sia quello che prova per Matilde il “vero amore”, quello che non viene mai dimenticato, quello da cui non si riesce a uscire. Una relazione in cui, ciechi entrambi, vedono benissimo la direzione che stanno prendendo e decidono comunque di andare avanti, guidati da un anelito alla distruzione reciproca che si traduce in follia.

Ha più di trentacinque anni, la pellicola di Truffaut, ma nessuno degli elementi che la compongono si presenta come stantio. Chiunque veda oggi la vicenda di Bernard e Mathilde non può che riconoscerla come estremamente attuale, così come anche la nenia che l’accompagna, e che recita, antica come un rosario, che il loro legame era così forte da non lasciare scampo; una nenia rispetto alla quale il regista si presenta come un’auspicabile voce fuori dal coro, che anziché parlare di relazioni preferisce parlare di separazioni, difficilissime da mettere in pratica all’interno di quei rapporti in cui si rimane in qualche modo invischiati. Perché laddove con una spina dorsale non proprio solida si riesce prima o poi a mettere in piedi un rapporto stabile e tutto sommato soddisfacente – come quello fra Bernard e la moglie, ma anche fra Mathilde e il marito – quello che non si riuscirà mai a fare è una separazione degna di essere chiamata tale; quel riuscire a guardare la persona e la relazione con lei scaturita per quella che è, e avere il coraggio di voltarle le spalle e andare avanti. Ma se il rapporto diviene totalizzante, se la persona in questione diviene il fulcro di tutti i pensieri, così potente da consentire di cancellare tutto il resto – amici, famiglia, interessi – ecco che perderla diviene perdere in qualche modo se stessi, e quella che doveva essere una degna separazione si traduce in un vero e proprio annullamento, capace di cancellare l’intero vissuto, insieme alla sofferenza con esso scaturita, per poi tornare a ripetere le stesse identiche dinamiche con un’altra persona, o con la stessa anche a distanza di anni. In psichiatria la chiamano “identificazione”, in altri ambiti lo chiamano “vero amore”. Fortuna che ci sono gli artisti – quei disobbedienti degli artisti – che mostrano continuamente la vera faccia della realtà, raccontando una storia diversa da quel “e vissero felici e contenti” a cui siamo abituati.

Forse Truffaut lo racconta con tinte un po’ troppo “noir”, forse le cose non devo andare sempre per forza come tra Mathilde e Bernard. Ma sono rappresentazioni – non dimentichiamolo – e rientrano in quelle opere che mostrano qualcosa per raccontare qualcos’altro; esattamente come i poeti, che usano parole ordinarie per esprimere concetti che di ordinario non hanno nulla.

La signora della porta accanto. La follia si maschera da amore