PICCOLI CAMPIONI CRESCONO: QUANDO LO SPORT INSEGNA A VIVERE

DI FLAVIO PAGANO

In Italia il calcio la fa da padrona, ma ci sono anche tante altre realtà sportive che, senza cercare i grandi palcoscenici, bensì fondando il proprio spirito nei valori sacri ed eterni dello sport, ottengono risultati straordinari.

Ad Agerola, in provincia di Napoli, in quel Sud che tanto deve penare per la carenza di strutture sportive (ma qui l’amministrazione guidata dal sindaco Luca Mascolo è riuscita a rilanciare un cadente palazzetto dello sport e sta realizzando un nuovo campo sportivo), abbiamo incontrato Pasquale Primavera che, insieme alla sua compagna, Marina Acampora – ex pallavolista – ha dato vita due anni fa alla Steel Bull, una scuola di pesistica che è già una fucina di promesse: «Nella nostra palestra stiamo cercando di creare un gruppo dinamico e famigliare, proponendoci prima di tutto come un luogo di aggregazione, nel quale i ragazzi possano avvicinarsi allo sport in maniera corretta, sia da un punto di vista spirituale che tecnico», spiega Pasquale. E Marina, col suo sorriso disarmante, aggiunge orgogliosa: «Abbiamo ragazzi dagli 8 ai 25 anni, e ognuno di loro ci dà tantissime soddisfazioni.»
Pasquale è lui stesso un pluripremiato campione, con all’attivo 11 titoli regionali, una Coppa Italia, numerosi podi ai Campionati italiani juniores e un prestigioso bronzo agli assoluti di specialità Sinclair. Ma anche come allenatore il successo gli arride. È lui infatti che segue suo fratello minore, Giuseppe, vincitore l’anno scorso del titolo italiano al Gran Premio prime alzate e che quest’anno è stato convocato in Nazionale.
«Amo questo sport», ci dice il giovanissimo Giuseppe, «perché mi sprona a superare i miei limiti. Il mio sogno è vincere a livello internazionale».
Sempre ad Agerola cè un’altra promessa, che viene invece proprio dai tanto amati campi di calcio: Matteo Ruocco, tredici anni, che ha cominciato a giocare quando ne aveva soltanto tre, e che è oggi prima punta nella Società sportiva Sant’Aniello di Gragnano. Anche Matteo, come Giuseppe, raccoglie una tradizione di famiglia. Lui è anzi un figlio darte, dal momento che suo padre, Raffaele, fu a sua volta un attaccante di talento.
Ma come conciliano questi ragazzi gli allenamenti con la scuola e le altre mille esigenze della loro età? «Non è un problema», risponde con sicurezza Matteo, «noi ci alleniamo di sera, e quindi riesco a fare i compiti prima. E se poi qualche volta sono proprio tanti, li completo al ritorno…»
E i genitori che cosa ne pensano? «Mio padre è il mio più grande tifoso», dice Matteo senza esitazione. «Mia madre non vorrebbe che diventassi un giocatore professionista, ma sono sicuro che, se accadrà, anche lei sarà felice!».
Ma che cosa pensano le nuove generazioni della violenza negli stadi?
«Il calcio è un gioco», risponde senza esitare Matteo, con parole così lucide e decise che sono un’iniezione di fiducia, «un gioco che deve servire a divertirsi e a socializzare: per me, il calcio è un sonoro NO a qualsiasi forma di razzismo e di discriminazione!»
Lo sport insomma può fare moltissimo per i ragazzi. Può fare quello che spesso né la famiglia, né la scuola riescono a fare. Non tutti, naturalmente, possono diventare campioni, ma il vero successo, fuor di qualunque retorica, non sta nel vincere, ma nell’imparare cos’è la passione, cosa vuol dire raggiungere un obiettivo attraverso l’impegno e la costanza, rispettando l’avversario e avendo fiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità.
Lo sport forma persone sane, e di persone come Pasquale, Marina, Giuseppe e Matteo, che danno tutto per il puro piacere di fare ciò in cui credono, l’Italia di oggi (e di domani) ha davvero tanto, tanto bisogno.