IL SIGNOR DIAVOLO: UN HORROR METAFISICO TRA RELIGIONE E SUPERSTIZIONE

DI ANDREA VELLUTO

 

Bologna è ancora in quello stranissimo periodo dell’anno in cui vai in Piazza Maggiore a mezzogiorno e ci trovi dieci persone in tutto, di cui nove sono turisti spaesati che ti fermano per chiederti qual è il posto migliore dove mangiare i tortellini in brodo. E tu li guardi e pensi “I tortellini in brodo? Con questo caldo?”. Eppure l’altra sera, per la proiezione in anteprima nazionale del nuovo film horror di Pupi Avati, “Il signor Diavolo”, l’Arena Puccini era strapiena. Probabilmente molti erano zombie spuntati da misteriosi cunicoli sotterranei.

 

Nell’introdurre il film, Pupi Avati, che è una di quelle persone che non avendo paura di raccontarsi non ha mai bisogno di rifugiarsi in una qualche forma di spocchia, si è esibito in una autobiografica dichiarazione d’amore per la provincia emiliana, raccontando che basta camminare lungo l’argine di un fiume per uscire immediatamente dalla modernità e trovarsi immersi in una dimensione magica, incontaminata, misteriosa e senza tempo, che sembra fatta apposta per partorire storie.

 

Così come l’altro suo horror, “La casa delle finestre che ridono”, uscito nel 1976 e diventato col passare degli anni un vero e proprio cult movie, anche “Il signor Diavolo” è quasi interamente ambientato nella zona del Delta del Po, in quella piccola e misconosciuta Venezia dell’Emilia Romagna che è Comacchio. La storia, tratta dall’omonimo romanzo edito da Guanda di cui è lui stesso autore, sembra una sfida a se stesso, nel senso che in questo film Pupi Avati, da credente quale si è sempre dichiarato, si interroga sul credere e sulla Chiesa. Siamo negli anni Cinquanta, al potere c’è la Democrazia Cristiana e in provincia Carlo, un ragazzino, ha ucciso Emilio, un suo coetaneo deforme e mentalmente compromesso. E dalle prime ricostruzioni degli inquirenti sembra che Carlo sia stato istigato a uccidere da una suora e da un sacrestano che gli avevano messo in testa che Emilio era il Diavolo.

 

Se il fine ultimo di un’opera d’arte è suscitare un certo stato d’animo, si può senz’altro dire che è un film riuscito, perché dal cinema si esce pervasi da confusione: quel che viene raccontato non è chiaro, è da interpretare. E da un certo orrore. Ma non è tanto un orrore legato alla paura, alla suspense o a quelle due o tre scene durante le quali gli ipersensibili sentiranno il bisogno di coprirsi gli occhi. È un orrore più sottile, quasi metafisico. È l’orrore di constatare che in noi stessi e in tutte le persone che ci circondano c’è la terrificante e pericolosissima possibilità di cedere alla più delirante irrazionalità. La frase in cui si condensa tutto il film è la domanda che l’inviato del Ministero fa al ragazzino omicida: “Ma davvero credi che Emilio sia nato dall’unione tra sua madre e un maiale?”. E la risposta, sconcertante, è “Sì, tutti qui lo sanno”.

 

Il film è in tutte le sale dal 22 agosto.

[fonte: Il signor Diavolo: un horror metafisico tra religione e superstizione]