UN RACCONTINO. SCENE DA UN MATRIMONIO

DI GIOVANNI BOGANI

1. Un raccontino Scene da un matrimonio

13:00, Libreria. L’ora che segue è come stare in una pasticceria, e scegliere quali dolci portarsi a casa e quali lasciare. Un’autobiografia di Marilyn Monroe in francese, un libro di racconti scritti da Tom Hanks in inglese, che dalle recensioni in contro copertina sembrano davvero belli, due libri sulla storia del cinema che ancora un po’ pagano te per portarli via, un romanzo di Maigret in un’edizione degli anni ’50, edizioni Fayard, bellissima, a un euro, un saggio su Simenon e il cinema, spero di sprofondarmi nel Belgio di Simenon, grigio, nebbioso, pieno di pioggia e di chiatte che scivolano lungo le anse dei fiumi. E poi, il copione di quel film di Bergman, “Scene da un matrimonio”, era una serie televisiva in realtà, era la prima cosa che vedevo di Bergman, ero un ragazzino, e mi sembrava stupefacente, incredibile come si riuscissero a sapere tutte quelle cose sull’amore, e sull’odio, e su come l’uno si trasformi nell’altro in continuazione.

Avevo tredici anni, quando passò in televisione. Non sapevo niente dell’amore, delle relazioni, dei matrimoni, e non ne so niente neppure oggi. Ma capii che chi aveva fatto quella cosa lì, aveva capito molto, se non tutto, sull’amore, sul rancore, sul rinfacciarsi le cose, sulla voglia di libertà e sul bisogno di non essere soli. Tanti anni dopo, seppi che l’uomo che aveva scritto e realizzato quella cosa lì si chiamava Ingmar Bergman, ed era uno dei più grandi geni che il cinema, o forse l’intera civiltà creativa, avesse mai prodotto. Quindi prendo anche quel libro, a un euro.

Scendo giù. Devo pagare con la carta, perché ho finito tutti i soldi cash. L’ultimo giorno di un viaggio, io cerco di arrivare senza più una moneta. Anche se non devo più cambiare, alla frontiera. Ma mi è rimasta questa abitudine. Lo facevo a vent’anni, quando andavo a Berlino e ci stavo per un mese, o per due settimane durante la Berlinale. L’ultimo giorno facevo in modo di finire tutti i marchi che avevo, e mi conservavo i soldi solo per il biglietto della metropolitana. Adesso ci sono questi rettangolini di plastica, bianchi o neri, o verdi per i più chic, che prima non c’erano.

Pago con la carta, la cifra è minima, per le ore di lettura che mi sono prenotato, per tutti i pensieri che forse avrò. Meno di venti euro in tutto. Ma mi viene in mente che ho bisogno dei soldi per l’ultimo biglietto del bus, per tornare a prendere il trolley, back in 10 minutes.

2. Le chitarre sexy

Pago. E mentre pago mi viene in mente di chiedere alla cassiera – una ragazza di colore, alta, bellissima – se sia possibile pagare qualche euro di più con la carta, e ricevere un resto in moneta. Ma mi viene in mente un attimo troppo tardi, ha già fatto il totale, devo pagare, merci beaucoup, bonne journée.

Me ne vado con il tesoro che ho conquistato. Per venire qui, ho rinunciato al museo degli strumenti musicali. C’ero andato un giorno che mi sembra davvero perduto nel niente, nella nebbia, era il 1980, avevo diciassette anni, venivo in treno da Amsterdam, andai a Bruxelles apposta per vedere quel museo, che però era chiuso, non era ancora stato allestito: si impietosirono a vedere quel ragazzo, e mi portarono per cantine polverose dove c’erano strumenti musicali del Cinquecento o del Seicento, pieni di polvere, una specie di enorme sgabuzzino della Storia.

Forse, anche rivedendoli oggi, nella bacheca, con la luce giusta, mi sarebbe mancato qualcosa. Perché gli strumenti musicali, se gli togli la musica, muoiono. Anche se forse non è vero. In un negozio di chitarre potrei passarci la vita, a guardare tutte quelle appese al muro, ognuna diversa, ognuna con un suo corpo, un suo colore, una sua personalità, alcune meravigliose, altre che sembra che vogliano stare con te, fra le tue dita. Alcune che sembrano giovani, altre che sembrano anziane. Chitarre sexy, e chitarre timide, chitarre autoritarie, grandi e imponenti, e chitarre bambine, piccole e con la voce acuta. Ma quel museo oggi non lo vedo. Ho scelto di vincere tutti questi libri, con meno di venti euro, quello che si spende per una pizza e una birra a cena.

Ma ora devo fare i conti. Con il tempo. Calcolo l’orario di partenza dell’aereo, e faccio sottrazioni mentali. Il tempo dei controlli dei bagagli. Il tempo del treno fino all’aeroporto. Il tempo per arrivare alla stazione dei treni. Il tempo di attesa fra un treno e l’altro. Il tempo per arrivare al trolley, alla ragazza nera, back in 10 minutes. Il tempo per arrivare a piedi alla stazione. Calcolo tutto: devo partire immediatamente. Col bus. E devo trovare dove fare il biglietto. Se mi fanno una multa, magari non è neppure possibile pagarla con la carta, e iniziano discussioni, mi portano da qualche parte, perdo l’aereo. E se non prendo il bus, perdo l’aereo.

3. Supermercato

Cerco il modo di trovare quei tre euro. Se no, perdo l’aereo. Dove faccio il biglietto? Sul viale c’è un grande supermercato: al banco informazioni c’è una donna di mezz’età, Stefania Sandrelli con un paio di occhiali da presbite. “Mais oui, je peux vous vendre des billets”, dice, e mi sento esultare: guarda in un cassetto, e diventa compassionevole: “Malhereusement, je les ai terminés”. Li ha finiti. Ma, le chiedo, potrei comprare qualcosa e pagare di più, e farmi dare un resto in moneta? “Oui, bien sur, vous pouvez!”. Lei sorride, e io esulto silenziosamente, sono salvo. Pago tre euro di più, mi danno un resto in moneta. Che darò all’autista. E non perdo l’aereo.

Il supermercato è enorme: cerco dei tramezzini e del succo d’arancia. I succhi costano tutti come spremute di melagrane colte direttamente dai giardini di Baghdad. Ma per fortuna, in basso c’è anche il succo amico, quello che a ogni latitudine non manca mai: quello della marca “del supermercato”, composto solo di coloranti cancerogeni, quello che ha il sapore di bagno chimico. E che costa, dappertutto, un euro. Esploro vetrine di formaggi che a Firenze potrebbero esporre su Ponte Vecchio, insieme all’oro a 24 carati. Nessun tramezzino, non li hanno, compro 50 grammi di prosciutto, che potrei far valutare da un mercante di gioielli ad Anversa.

Ora il tempo manca. Alla cassa c’è la fila: una famiglia che ha un carrello così pieno da far pensare a un prossimo assedio della città, con adulti costretti a mangiare cani e bambini. Io faccio la fila, ordinatamente, anche se so che il tempo si sta erodendo. Passa una cassiera, dice veloce che si apre un’altra cassa: mi lancio su quella, arrivo secondo. Mi scuso col ragazzo che ho battuto al fotofinish, “desolé, mais sinon je vais rater mon avion”, gli spiego. L’ho battuto allo sprint, buttando i miei 50 grammi di prosciutto sul nastro scorrevole. Mi sembra di essere Will Smith quando, stremato e con la barba lunga, cerca l’ultimo posto all’ostello in “Alla ricerca della felicità”, e spintona tutti per trovare un posto per sé e per suo figlio.

Al momento di pagare, chiedo di pagare 3 euro in più, per avere un resto in moneta. La cassiera sembra Meryl Streep, meno simpatica. Mi guarda, infastidita, come se chiedessi la Luna, e mi dice: “Non”. Silenzio. E aggiunge: “Ce n’est pas possible”. Prego, 7 euro e 50.

4. La solidarité

Non si può. La mia, dice, è una carta di credito. Sì, lo so. Che cosa dovrebbe essere, un Jolly delle carte Modiano, la mia tessera sanitaria, l’abbonamento dell’autobus? Se ce l’avevo, non avevo bisogno di lei. “No”, dice. “Si può chiedere credito solo con la card del supermercato”.

Quando Stefania Sandrelli, gentile e materna, mi diceva “la carte”, pensava dunque che io avessi la card del supermercato. Ma Meryl Streep mi ha gelato.

Tento l’ultima chance. “Ma per caso, non ha un biglietto del bus da vendermi?”. “No”. “Sa dovè una macchinetta per fare i biglietti?”. Non lo sa. Da qualche parte, nel viale. Un viale lungo migliaia di numeri civici.

Mi preparo a perdere l’aereo. Se lo perdo, non ho più neppure la stanza all’albergo del “Back in 10 minutes”. Devo trovare una stanza. O forse con la carta posso comprare un biglietto di Flixbus per l’Italia, per Milano e poi per casa, già oggi. Saranno solo un venticinque ore di bus. Intanto pago, faccio nervosamente il pin della mia carta di credito, e lo sbaglio. Sbaglio anche la seconda volta.

“La terza volta le ritirano la carta”, mi dice la cassiera. Sì, lo so, ma io il codice lo so a memoria, cara la mia Meryl Streep, la terza volta vedrà che non lo sbaglio… Mi tremano le mani, ma non lo sbaglio.

Mentre sto andando via, un signore sulla sessantina dietro di me, elegante, ciuffo di capelli brizzolati, magro, sembra un po’ Paolo Crepet – mi chiama. “M’sieur!”. Vedo con la coda dell’occhio che ha in mano una banconota da cinque euro. Grigia, piccola, tenuta fra le dita, verso di me. Non capisco. Mi mostra la banconota, come se l’avessi persa per terra e fosse mia. Mi dice “Li prenda, così può fare il biglietto”. Non me lo sarei mai aspettato. Mai.

“Mais non, ce n’est pas juste”; dico, e non so se sia giusto dire “juste”. Lui ribatte: “mais non, vous en avez bésoin. C’est la solidarité. Sinon, cela sert à quoi, la solidarité?”. La solidarietà. Sono sconvolto. Erano anni che non la sentivo questa parola. E adesso scende su di me, come una benedizione.

5. Vive le Socialisme

Lo guardo, gli dico “ma non ho il resto”, e capisco mentre lo dico che è ridicolo pensare di dare il resto ad un’offerta, ma io ho bisogno solo di tre euro, non di cinque. Mi viene in mente che gli posso dare quello che ho appena comprato, il pane, il succo d’arancia e i 50 grammi di prosciutto. Glieli porgo. E lui – mi ridà anche quelli: ovviamente non se ne fa niente di mezza baguette e di due fette di crudo. Ma cinque euro a uno sconosciuto, sono tanti.

Me ne vado, con questa banconota grigia azzurrina che non mi è mai sembrata così amichevole. L’autista mentre mi dà il resto vede una faccia felice, e non capisce perché.

La solidarité. Non credevo che nessuno più riuscisse a nominarla in questo modo, come una parola importante, e bella. Come fosse un concetto fondamentale. Mi è venuta voglia di rispondergli qualcosa per fargli capire che anche io ci credo, nell’aiutare gli altri. O forse non è vero, non aiuto nessuno, come tutti gli italiani che si voltano dall’altra parte quando vedono un mendicante, e che sono stati di sinistra solo per difendere i loro diritti, per avere più giorni di ferie pagate e per avere aumenti e difese sindacali, ma ora lasciano morire in mare gli altri.

Ma ugualmente, mi era venuta voglia di dirgli qualcosa come “Vive le Socialisme!”, così, come uno stupido. Una frase da primi del Novecento, da signori con i baffi a manubrio. Ma forse, non ai primi del Novecento, ma magari negli anni ’70, quel signore elegante e magro aveva partecipato a riunioni di compagni, fumo, discussioni senza fine. O magari, mezz’ora prima, era nella libreria dove ero io.

La solidarité. Una parola che nel discorso comune, in televisione o su Facebook, sembra proibita, vecchia, demodé. E che nemmeno io faccio vivere spesso. In Italia l’hanno trasformata in qualcosa di simile, con un senso di scherno, offensivo. Buonista, si dice, di qualcuno che è solidale. E si fa affiorare il sospetto che aiutare nasconda sempre altri scopi: insospettabili, loschi. Ma quell’uomo non mi avrebbe visto mai più: e non mi ha dato quei soldi per togliersi dalle palle uno che rallentava la fila alla cassa, perché avevo già pagato e me ne stavo andando via. Li ha dati perché voleva darli. Perché ogni tanto qualcuno si sente bene, a fare qualcosa di bello.