IL SIGNOR DIAVOLO DI PUPI AVATI. UN CAPOLAVORO DI ‘CINEMA VIZIOSO’

DI ROBERTO SILVESTRI

Autunno 1952. Bassa ferrarese. Due quattordicenni di paese, Carlo e Paolino, prendono in giro Emilio, un coetaneo molto ricco, che ha la bici e loro no, ed è brutto, denti deformi, e spaventoso come un diavolo. E come tale è considerato in paese, perché ogni handicap viene considerato – più vicini a Hitler che a papa Giovanni XXIII – la segnaletica esplicita del maligno. Emilio, per vendicarsi, fa lo sgambetto in chiesa a Paolino che schiaccia l’ostia sacra con la scarpa. Orrore degli orrori. Ecco la prova tanto attesa. A Carlo il compito di vendicare il mondo, eliminando il male assoluto con ogni mezzo necessario e con la complicità di preti, suore, esorcisti e politici di provincia che diffondono la fake new di un Emilio già divoratore della sorellina, e aizzando alla caccia alle streghe, al signor diavolo e a tutti quei cattolici modernisti e anti-tradizionalisti che hanno la sfortuna di mettersi in mezzo. E a quelle donne di città, traditrici dello scudo crociato e di certo viziose, come la mamma di Emilio, Vestry Musi, ricca, raffinata, autonoma, non sottomessa all’uomo, che è ancora più diabolica del figlio (una Chiara Caselli, che coniuga dark e illuminismo, in uno stupendo ritorno).

Attenzione a non sfottere il rosario… Nonostante papa Francesco il cattolicesimo conservatore e reazionario non è stato affatto sconfitto. E usa qualunque cosa, perfino le felpe, per travestirsi.

Filippo Franchini è Carlo Mongiorgi, l’assassino, in Il signor diavolo di Pupi Avati
 
La funzione del vizio, scriveva Samuel Butler, è mantenere la virtù nei suoi giusti limiti. E non c’è cineasta più vizioso di Pupi Avati che torna dopo un po’ di televisione sul grande schermo dando immagini a un suo romanzo pubblicato da Guanda. Giuseppe Marotta lo avrebbe sicuramente inserito nel 142esimo girone dell’Inferno dantesco, dove ulula e si contorce la gente del cinema, tra Cecil DeMille che nomina Dio invano, Mastrocinque,  Matarazzo, lo Zeffirelli di Camping, un certo Zavattini che ha premiato a Cannes “un brutto film sovietico” (Quando volano le cicogne di Kalatozof) e quei registi di cinema bis come K. Crane di Il pianeta dove l’inferno è verde, che usano i generi per fare certe assurde, ingannatrici deviazioni dal senso comune… 
Ce lo spiega Antonioni quando scrive che “i film artistici sono i vizi di una produzione interamente virtuosa, cioé commerciale. Se la virtù avesse campo libero essa sarebbe insopportabile. I film viziosi sono rari, mentre gli altri sono più numerosi e spesso più remunerativi. Ma sui film viziosi poggia il prestigio di una cinematografia”.

Alessandro Haber, l’esorcista


A proposito di vizioso. Girando per le zone del film, Loreo o Pioppa… Antonioni e Avati catturano un certo erotismo proibito di quelle stradine e piazzette un po’ lontane dal Po. Scrive Antonioni  nell’autobiografia montata da Carlo Di Carlo in occasione della retrospettiva newyorkese del 2017…”bambine sui dieci anni, sdraiate al sole che si muovono come donne, e ti danno i brividi accendendo di desiderio più di qualunque Marlene. E se le guardi non puoi sostenere il loro sguardo. Non si possono dire certe sensazioni. Bisogna venire a Loreo”. Ed ecco che Pupi Avati rende casto quello sguardo, nel film, affidandolo ai soli adolescenti coetanei che, col baratto, soddisfano certe lussurie visuali tra teenager e ci insegnano che le immagini sono qualcosa di più di una definizione ottica. 

Gabriele Lo Giudice è l’ispettore del ministero Furio Momenté in Il signor diavolo di Pupi Avati

Questo Il signor diavolo mi ha fatto infatti pensare, più che alla bassa ferrarese di Mario Soldati, e non solo per le atmosfere, non più appenninico-emiliane, ma veneto-padane, proprio ad Antonioni, il fustigatore geniale dei cattivisti (chi teme la furia dei buonisti, cioé coloro che smascherano le cose vere denudando le fake news, come il Maligno teme i Fedeli d’amore). Sono due cineasti che farebbero i tripli salti mortali per catturare l’invisibile. Ciò che non c’è. Ma è più vero del vero. Anche se Il signor Diavolo (con la d maiuscola o minuscola?) segna un benedetto ritorno al fantastico o all’horror gotico-padano del cineasta di Balsamus e della Casa delle finestre che ridono, gli stracult che sappiamo. Un esperto di sovrumano, come Michelangelo, cosa ha in comune con un esperto di subumano, come Pupi? Entrambi, disgustati dal cinema medio quieto e roseo, gastronomicamente corretto, tracciano salutari deviazioni.

Gianni Cavina (a sinistra) e Lino Capolicchio, il sacrestano e il parroco Don Zanini

E poi. Ecco l’horror spiegato anche ai bambini. Quel che Guadagnino ha fatto con Suspiria, regalando a Dario Argento un fondale storico politico incomprensibile ormai allo spettatore del XXI secolo, i magnifici e terribili anni settanta, Pupi Avati fa, concentrandosi sull’autunno del 1952, caliginoso e torbido, con l’Antonioni padano, quello di Gente del Po e poi anche del Grido, di Deserto rosso e Al di là delle nuvole, rendendo più concrete e terragne quelle astrazioni spaziali, quei movimenti misteriosi dell’anima, quei tentativi di identificazione della verità. Se lì c’è la Bader-Meinhof e la Shoa e Walter Ulbricht, a spiegare l’origine di certi orrori, qui c’è la Dc del primo ministro (per la sesta volta) De Gasperi che ci fa entrare nella Ceca, comunità europea del carbone e dell’acciaio, perché siamo moderni. Ma c’è anche la Dc inquinata dal racket maccartista-mafioso, del segretario Guido Gonella e della “legge truffa”, perché siamo anche molto medievali. Ci fu quell’autunno il primo tentativo (fallito) di far passare un bel premio di maggioranza drogato a chi vinceva le elezioni politiche: “l’operazione Sturzo”, l’alleanza auspicata cioè tra una Dc deviata, ma coperta dal santo Papa Pio XII, e i monarchici e il Msi per battere la sinistra. Cose diaboliche, appunto, che appartengono a un passato lontano e ormai dimenticato (?). E ci volle Belzebù-Andreotti per sconfiggere quelle macchinazioni poco costituzionali. Ma Dossetti se ne andò e Fanfani arrivò. Fu un autunno fatale da non dimenticare mai. Materia buona per un super horror. Pupi si chiede. In questa fase, oggi, abbiamo un Belzebù altrettanto abile nel tenere a bada il Male Assoluto? Capace di scovarlo? Neutralizzarlo? Sconfiggerlo? Magari buttandolo vivo dentro una tomba come succede nelle saghe Marvel dei super eroi o negli ambienti vaticani dei Principi Neri dove scomparve Emanuela Orlandi? 

Pupi Avati

Pensavo a Antonioni anche perché è un film visivamente perfetto che vuole essere “il giardino d’infanzia di ogni narrativa”. Ovvero si muove irritando lo spettatore-blockbuster standard: “fili di racconto dispersi nella bora di una incompetenza sconcertante, inaudita, vi cercano invano la sottile trama dell’organicità, della chiarezza, della verosimiglianza”. E’ ancora Marotta, critico feroce di Il Grido di Antonioni, certo assolutamente incompetente del mondo che Marotta credeva di vivere. Anche il mondo diabolocentrico di Avati è molto difficile da comprendere. Bisogna possedere un breviario d’accesso. O almeno rileggere le belle pagine che Franco Porcarelli alias Adan Zzywwurath ha dedicato al signor diavolo nella sua indispensabile Fantaenciclopedia in due volumi (Manifestolibri). Dove si ricorda la natura ingannatrice del diavolo. “Al diavolo non bisogna credere neppure quando dice la verità”. “Val meno una verità del diavolo che una bugia del papa”… E’ duro per l’esorcista, quando fa le sue fatidiche 18 domande terra-terra al demonio, decifrarne le risposte… E’ ostico (tranne per gli stipendi dell’esorcista) un mondo dove, secondo la Cabala, sono oltre 7 milioni i demoni al lavoro. E così via. Satana può travestirsi da ‘angelo custode’ (lo conosce bene), e perfino da Cristo (la tecnica di smascheramento è sputargli in faccia perché “il diavolo ha in odio l’umiltà”, come racconta San Francesco di Frate Ruffino che, come Pablito Calvo, se lo vedeva sempre davanti crocifisso) e secondo i Vangeli è lui “il signore del mondo”, anzi, rafforza il concetto San Paolo: “è il dio di questo mondo”. Il centro di questo mondo. Ma allora? L’uomo e la donna e i trans qualunque come possono essergli superiore e sconfiggerlo? Perché è spento dentro. Non ha l’anima. Le colleziona, certo, o lameno cerca di farlo. Ma non la possederà mai. Dal greco daimonia: è cosa nulla e priva di valore, il diavolo. Ebbene Emilio non sembrerebbe spento dentro. Né vuoto. Brutto sì, certo. Ma “brutto come il diavolo” è solo un modo di dire. E i prsonaggi cameo?

Un sacrestano, un esorcista, un magistrato, un parroco…. Cavina, Haber, Bonetti, Capolicchio… ci sono quasi tutti i mostri sacri, gli attori storici e amati di Pupi Avati, più Andre Roncato nel ruolo perfettamente eseguito di uno stimato professore, nel period-movie Il signor Diavolo, questo suo nuovo film, estremamente strano, tetro, gelido al punto che si griderebbe “Ehi Caronte!”. Ed esplicitamente autobiografico.
Nei plumbei anni 50 l’infanzia di Avati fu terrorizzata infatti – come ci ha raccontato a Hollywood Party – dalle prediche apocalittiche di un prete dalla tonaca negra, sul pulpito del giustiziere, che smascherava peccati e peccatori e prefigurava per loro scenari infernali incandescenti, roba da incubi di notte senza fine. I mostri rossi mangia-bambini, il diavolo con le corna a seviziare i malvagi nel peggiore dei modi (invece di premiarli e invitarli a banchetto…).
L’apologo sataneggiante è ambientato tra la gente del Po e i ragazzini crudeli con le fionde, con Cesare Bastelli, il direttore della cinematografia, a imprigionare e seppellire vive la vita rallentata, l’infinita apatia, il Po uniforme e monotono, campanili, paesi, un po’ di bosco, argini nudi che non finiscono mai, la nebbia, i fulmini, la pioggia, il panorama piatto e oscuro, i colori di un tonalismo acido, azzurri e verdi glaciali molto desaturati, le chiese con le tombe settecentesche nel pavimento da scoperchiare, le atmosfera Todo Modo, sinistramente preconciliari e già pericolosamente dorotee. E in un ritmo che neanche l’adorato Charlie Parker avrebbe saputo tenere così libero, ferreo, inquietante e dissonante senza l’aiuto fracassone di Buddy Rich (lp Bird and Dizzy). Con gli spettri della Dc, periferica e nazionale, bisogna andarci ancora molto cauti. E ci si chiede, scusate il bisticcio, come diavolo ha fatto Ivan Zuccon, sul tavolo di montaggio, a parodiare i Sabba, con quei close up richiamati d’improvviso in primo piano, come in un assolo terrorizzato al sax tenore di Albert Ayler. 
Solamente oggi comprendiamo perché manca su questo set solo Carlo Delle Piane che una certa dose di generosità e altruismo l’ha voluta comunque esprimere perfino nel giorno della sua morte. Ricordandoci col guizzo del PR just in time che è uscito proprio in queste ore nelle sale italiane Il signor Diavolo, regia Avati, produzione Avati. Ma anche Luce, Rai Cinema. 01. E indicandocelo, come un film speciale, il ritorno al genere horror gotico-padano che rese celebre e unico Pupi. Senza Carletto, l’alter ego di Avati, è affidato al piccolo, “innocente”, plagiato Carletto Mongiorgi, il ruolo dell’assassino (è impersonato dal bravo Filippo Franchin) che, terrorizzato, colpisce nell’occhio con la fionda Emilio, dissanguandolo a morte e diventerà poi il nemico acerrimo di Furio Momenté (Gabriele Lo Giudice), l’ispettore dc che deve contenere l’oscurantismo contadino occupandosi del caso in modo da non compromettere il controllo elettorale del partito cattolico sulla regione “bianca” per eccellenza. Ma c’è anche un altro Carlo, a compensare o aggravare il clima lugubre del luogo, il Padre interpretato da Cesare S. Cremonini.
Adesso siamo in attesa del prossimo film annunciato di Avati su un episodio della vita di Dante Alighieri (che di inferno e Diavoli era gran cultore e nemico giurato). Parlandone a Spilimbergo, al festival della luce, con Peter Greenaway, quel progetto è stato la causa di un bisticcio imbarazzante tra i due cineasti. Il regista inglese, autore nel 2008 di Cinema is dead, Long live the screen e dunque più interessato oggi alle istallazioni multimediali che al cinema-cinema (nonostante un bello, ma tradizionale, e recente Eisenstein in Messico) ha commentato con la delicatezza e il tatto che contraddistinguono da secoli gli artisti d’oltremanica doc: “Ma lascia perdere, a chi vuoi che interessi oggi Dante? offendendolo a morte. E Avati non dimentica mai i suoi nemici. E’ vendicativo come Carletto.