ARGENTINA: VERSO IL DEFAULT ALLA VIGILIA DEL VOTO. INTERVISTA AL POLITOLOGO FEDERICO ROSSI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Con la settimana che si è aperta con il dollaro a 59 pesos e il rischio paese oltre 2112, con il presidente Mauricio Macri che ha ricominciato a incolpare gli elettori e l’opposizione del disastro economico e finanziario, come se fosse questione di queste ultime due settimane, per poi dichiarare “default selettivo” nella serata di mercoledì, gli argentini si chiedono come arrivare vivi al 27 ottobre, giorno delle elezioni. Ma cosa succederà in caso di (probabile) vittoria di Alberto Fernández? Ne abbiamo parlato con Federico M. Rossi (nella foto), politologo argentino, ricercatore del Conicet (Consiglio nazionale per la ricerca scientifica e tecnologica) e docente dell’Universidad Nacional de San Martín.

Cominciamo ad analizzare il voto delle primarie e il ruolo della classe media nel successo di Fernández e Cristina Kirchner, che si presenta come vice. Si è trattato di un voto economico o di un nuovo riallineamento del peronismo, che negli anni scorsi si era diviso?

La classe media è sicuramente un elemento rilevante, ma in Argentina è meno ampia di quanto si creda. Quella a cui si riferiscono i giornali è classe medio-bassa, se non bassa e basta. In Argentina, “classe media” è un eufemismo per indicare l’antiperonismo urbano di Buenos Aires e Cordoba (la seconda città del paese): una classe media culturale, più che economica, i cosiddetti “gorila”. Oltretutto, non è che nel 2015 Macri abbia vinto solo per i voti della classe media. Il suo elettorato andava dai settori popolari ai grandi proprietari terrieri, passando per il conservatorismo cattolico, rappresentato dall’Opus Dei. Poi, un pezzo dopo l’altro, ha perso tutti gli appoggi, eccetto i latifondisti. Ha perso persino i fan del neoliberismo spinto, che lo accusano di non essere abbastanza di destra e di aver fatto troppe politiche sociali. I voti confluiti a Fernández arrivano quindi da due diversi canali: ideologico (quelli che votano solo il peronismo, contrapposti a quelli che mai e poi mai voteranno il peronismo) e pragmatico, economico. Vero è che il peronismo si è riunificato: Cristina si è fatta da parte, Sergio Massa, possibile concorrente, ha desistito dal correre solo.

E Roberto Lavagna, vecchio peronista che si è presentato alle primarie da solo?

Lavagna non ha tolto voti al peronismo ma – da perfetto centrista – a Macri. Per una volta si è verificata l’atomizzazione del voto di destra e non di sinistra.

Quali sono gli errori che Fernández e Cristina Kirchner non dovranno fare in caso di elezione?

La verità è che avranno un bassissimo margine di manovra. In questi giorni abbiamo assistito a un golpe di mercato e i mercati continueranno a condizionare le scelte di governo. Per mantenere gli impegni presi con il Fmi, non saranno in grado di scostarsi molto dalla politica di strette impositive di questi anni. In ogni caso, dal peronismo non bisogna proprio aspettarsi scelte di tipo socialista: si tratta di un partito a base sindacale, non marxista, simile al labourismo inglese. Sarà un governo moderato che farà ciò che potrà in campo sociale. I mercati non temono l’avanzata del socialismo, temono che – in un sistema capitalista – i loro profitti si riducano.

E la legge sull’aborto, che l’anno scorso è arrivata a un soffio dall’approvazione?

Dubito che si farà a questo mandato, visto l’appoggio del peronismo di destra a Fernández. Va anche detto che in Argentina non esiste un partito cattolico propriamente detto, com’era la Democrazia Cristiana in Italia o è in Cile. Diversa ancora la situazione del Brasile, dove Bolsonaro è appoggiato dai gruppi evangelici.

Ci sono rischi per la democrazia da qui al giorno delle elezioni?

No, direi che il rischio è soprattutto per il nostro benessere economico.

Però il clima è teso, la situazione polarizzata…

Sì, ma questo è dovuto non a una qualità intrinseca degli argentini, ma al presidenzialismo e al suo mandato rigido (non è prevista la sfiducia, quindi la possibilità di eliminare un incapace e formare di un nuovo governo, senza andare alla elezioni, e chi vince le elezioni prende il potere concentrato senza bisogno di coalizioni anche se è in minoranza parlamentare). La polarizzazione esiste, esacerbata dal presidenzialismo, ma è una polarizzazione tra blocchi moderati perché nessuno dei principali candidati cerca di fare modifiche strutturali al sistema economico.

Cristina ha stupito tutti, non candidandosi a presidente per un terzo mandato. È la fine del kirchnerismo?

Direi di no, Alberto Fernández rappresenta la continuità con Cristina in una versione centrista.

In Europa in questo momento la parola populista sembra foriera di ogni sciagura. È definito populista persino il moderato Alberto.

Il populismo è una categoria che non definisce niente, eccetto ciò che non piace all’avversario politico.