STORIE DI GATTI. DA MADRE A MADRE

DI MARINA NERI

Bergatto ( neologismo formato da bergamotto e gatto) è un cucciolo. Al momento della nascita era uno dei sei gattini grigi e neri o tutti neri partoriti da una delle gatte color pece che presidiano il mio giardino. Lui era nato smilzo. I suoi fratelli dopo qualche giorno osavano uscire dal cantuccio che la madre aveva eletto come tana. Lui rimaneva rigorosamente vicino alla madre , le sue esili zampette non eseguivano gli slanci felini dei fratelli.

Chissà come accadde che qualche giorno dopo la nascita, forse perché infastidita dagli schiamazzi dei ragazzi che si divertivano in giardino , la bellissima gatta nera, che mi piace chiamare Witch, prese i suoi pargoli e traslocò.

Chissà come accadde che il mingherlino rimase indietro e si andò a intrufolare in un tubo semi aperto che lo fece scivolare in un antro stretto e scuro vicino un albero di bergamotto.

Non sono un’ esperta di comportamento degli animali, ma sono una madre e immagino il dolore del felino impossibilitato ad aiutare il figlio.

Immagino che lei si allontanò, mise al sicuro gli altri cuccioli e tornò dal suo piccolo. Cercò di rassicurarlo con il suo miagolío.
Come quando un bimbo cadde in un pozzo e l’ Italia e il suo Presidente furono tutti accanto ad Alfredino.

Chissà quanto tempo ha vegliato la madre quel suo cucciolo smarrito e impaurito nel buio di un buco e nel buio della sua incertezza di vita.

Doveva allattare gli altri cuccioli.

Che scelta nel cuore di madre!
L’ istinto, il calcolo, la spinsero ad allontanarsi da quello straziante miagolío.

Solo lo trovó mio figlio. Un pianto disperato di cucciolo abbandonato. Provò e riprovò. Lo smilzo graffiava terrorizzato, vendeva cara la pelle. Infine la sua mano raggiunse la palla di pelo grigio e nero.

Era estenuato quel povero esserino. Fu l’ unico gatto neonato nella storia felina a sopravvivere bevendo per la prima volta in siringa succo di frutta alla pesca.

Avvolto in un pile si addormento’ quella sera fra le mie braccia che erano quanto più potesse assomigliare al calore di una madre.

Pianse quella notte il gattino. Chissà i suoi incubi felini, forse identici a quelli di ogni bimbo abbandonato dalla madre.

Per un po’ non vedemmo Witch e i suoi cuccioli in giro per il giardino. Il resto della truppa era presente. Lei e i nuovi adepti no.

Intanto Bergy aveva familiarizzato con noi. Le mie mani erano le zampe amorevoli che lo nutrivano, lo carezzavano, lo scaldavano. E i miei ragazzi erano i cuccioli suoi fratelli.

Imparò a non sporcare in casa, ad aspettare il nostro ritorno, a fare una festa di fusa capace di esprimere tutto l’ Amore di un gatto.

Mi chiedevo talvolta se mancasse alla madre, se fosse tornata nel luogo in cui era caduto. Non si era più fatta viva in giardino.

Era un orfanello adottato. Ma i suoi incubi erano cessati. Si era ben integrato fra i pretoriani del mio giardino, sebbene al nostro arrivo abbandonasse tutto e tutti per stare con noi.

Poi accadde. Una settimana fa.

Witch è tornata. La vidi una mattina all’ alba girovagare nel giardino, superba nel suo portamento fiero con quell’ inquietante pelo tutto nero.

Bergy dormiva dentro la sua cesta,beatamente. Forse sognava la caccia ai topolini e alle lucertole, forse sognava la madre e i fratellini o forse sognava di me,
delle mie carezze, del mio amore.

Uno strano miscuglio di emozioni serpeggió in me. E se la vera madre lo avesse rivendicato? E se era tornata per questo? E se lui l’ avesse amata più di quanto amasse noi e il nostro mondo?

Certo , potevo impedire a Bergy di vederla. Potevo scacciarla , mandarla via dal giardino e così risolvere a monte il problema, addirittura prima che nascesse il problema.

O forse ero io che a causa dell’ empatia patologica ero entrata persino in corrispondenza di amorosi sensi con la gatta.

Quel mattino ne parlai coi ragazzi e fu la loro semplice mente, priva di orpelli a trovare la soluzione: – mamma, hai sempre detto che i gatti devono vivere e morire da gatti. Tu sei solo la sua mamma adottiva-
– Si,ma lo amo – avrei voluto replicare. Invece tacqui. Inconsciamente loro mi avevano indicato la strada da seguire.

Proprio mentre lei era in giro vicino la finestra, facemmo uscire di casa Bergy. Lui di solito diffidente verso i nuovi arrivati, siano essi umani o felini, non diede segnale di paura o insofferenza.

Le si avvicinò. Noi rientrammo e guardammo la scena dalla finestra, pronti a intervenire in caso di pericolo per il nostro gattino. Si guardarono, poi si annusarono. Bergy era incuriosito da quell’ esemplare tutto nero. Gli girava intorno. Witch, paziente, lasciava fare. Lui saltellava esuberante e si strusciava vicino a lei.

Non so se è così o se possa essere così: ebbi la certezza che si fossero riconosciuti !

Quella sensazione mi feri’ .
Illogicamente e immotivatamente ma mi sentí come una madre adottiva al cospetto di una madre naturale che vuole riprendersi il figlio che aveva abbandonato.

Vidi Bergy felice. Vidi Witch felice.

Entrai in casa, presi dei croccantini, li misi nella ciotola di Bergy e li portai fuori. Li ofrii ad entrambi.

Non litigarono per il cibo ,come sarebbe accaduto in altre circostanze, dato che Bergy è viziato e prepotente.

Witch , sempre restia ai contatti, si fece accarezzare e, cosa ancora più strana, mangiò dei croccantini dalle mie mani.

E mi guardò. Uno sguardo bellissimo. Fosforescente. Verde.
Uno sguardo pieno di amore, gratitudine, struggente malinconia. O forse lo immaginai.

Da madre a madre !
– Te lo affido – mi disse nel linguaggio dei gatti.
E io lo compresi.
Anche oggi Witch è venuta a trovarci. Anche oggi ha preso il cibo dalle mie mani, si è fatta accarezzare e ha giocato con Bergy.

Lui poi torna da me,fa le fusa e si addormenta felice.
Da madre a madre, strano il mondo quando un’ umana e una gatta parlano la stessa lingua.
Non è strano?

– No, rispondono in coro Bergy e i ragazzi, se a parlare è solo l’ Amore!-

Foto di Marina Neri