LA POLITICA È UNA COSA NOBILE MA È STATA TRASFORMATA IN UN SET CINEMATOGRAFICO

DI ROBERTO COTRONEO

 

Io posso capire lo sgomento di molti che non riescono a comprendere che cosa ci si debba aspettare nel futuro di questo paese. Al di là di tutto però, al di là della tentazione di una invettiva durissima per le giravolte, per le mezze frasi, per i paginoni di intervista non necessarie, per le dichiarazioni continue davanti a microfoni, e al di là del fatto che ognuno la penserà come vuole, e mi sembra giusto, un punto esiste.

Ed è questo. Se a una crisi di governo si aggiunge l’obbligo di parlare di continuo, di glossare all’infinito, di aggiungere e togliere, di rilanciare e indietreggiare, se a una situazione di gente decisamente confusa metti parole continue, che non sono mai temi, non sono mai enunciazioni di programmi, non sono mai numeri e dati che si riferiscono a poltrone e maggioranze più o meno ampie, entri in un sistema furibondo dove quasi tutti dicono stupidaggini da scuola elementare: stupidaggini sulla Costituzione, stupidaggini sulla democrazia rappresentativa, stupidaggini sulla parola al popolo, stupidaggini sull’ambiente, sulla giustizia, sulla continuità e sulla discontinuità, sul sovranismo e sul populismo, su tutto quello che passa davanti a una telecamera.

Le stupidaggini, figlie prima di ogni cosa di un misto di furbizia e ignoranza, utili a tirare acqua al proprio mulino senza conoscere le regole della democrazia parlamentare, sono amplificate da questa serie televisiva permanente che richiede colpi di scena, che vuole continue interpretazioni: Di Maio cosa vorrà davvero, quale asse, e con chi, quale sarà la sua sopravvivenza politica, il suo declino, il suo isolamento, il suo sodalizio con Casaleggio… È l’informazione paradossale di questi giorni a orientare la crisi di governo e non viceversa. Le narrazioni, i mantra, il continuo stare con un microfono in mano. E via dicendo.

Questa sceneggiatura permanente vuole un linguaggio che è quello delle dirette Facebook ma è anche quello di chiacchiericci degni di una sottocultura che vale per tutti. I cinque stelle che «aprivano il parlamento come una scatola di tonno» e Calenda (e sottolineo Calenda, parafrasando la nota canzone) che vuole «aprire i cinque stelle come una cozza». La povertà di linguaggio è il primo segnale del decadimento, della confusione, del degrado. Il futuro dei nostri figli non è una scatola di tonno, e nemmeno una cozza da aprire. Non è un mandare a dire. E non ci dovrebbero essere poste da alzare, e tantomeno dei tavoli da gioco, o d’azzardo. Perché il gioco d’azzardo è un vizio che poco ha a che fare con la morale. E la partita del governo non è una partita. Di partite ne abbiamo già abbastanza tra Sky e Dazn. La formazione del governo del paese è una cosa seria dove non si tratta di vincere. Dove non esistono i contratti. I contratti si fanno negli studi legali.

Esiste quella cosa nobile che è la politica: che è sedersi a un tavolo e discutere, che è dialogare sul merito delle cose, e non per vedere quanto ci si guadagna. Perché un tempo è stato così. ed è stato insegnato così alle classi dirigenti politiche. E poi perdonate, le poltrone non sono poltrone da guardare con orrore, come si parlasse di un orinatoio, perché sono le stesse poltrone che furono di Ferruccio Parri e Aldo Moro, di Palmiro Togliatti e di Alcide De Gasperi, che furono di Sandro Pertini e di Luigi Einaudi, di Pietro Ingrao e di Nilde Iotti, e di Mino Martinazzoli, e di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini. Le poltrone sono poltrone, e vanno rispettate. E i nomi contano quanto i programmi perché se fai ministro della Cultura Alessandro Di Battista non è come farlo fare a Claudio Magris.

Ma se tutto questo accade è perché abbiamo fatto della politica un set cinematografico infinito. Fossi un editore vieterei ai miei giornalisti di partecipare ai dibattiti televisivi. Li costringerei a parlare solo con i propri direttori a cercare notizie, e non battute volanti, notizie vere e plausibili. Ma come scriveva nel “Pendolo di Foucault” il mio maestro e amico Umberto Eco: «la verità è brevissima, il resto è solo commento». Appunto.