IL PAPA CHIUSO IN ASCENSORE: 25 (SANTI) MINUTI DI TREGUA

DI ALESSANDRO ROBECCHI

Per la storia sarà “L’Angelus dell’ascensore”, 1 settembre 2019, un po’ come se a Bonifacio VIII si fossero infortunati tutti i portantini e fosse rimasto bloccato. Ehi! Chiamate qualcuno! Venticinque minuti di attesa, e poi tutto è bene quel che finisce bene: papa Francesco si è scusato con la folla, dalla sua finestra, e ha raccontato la sua avventura ascensoristica, il calo di tensione, gli interminabili minuti di angoscia, finendo per ringraziare il Principale (quello sempre, dovere d’ufficio) e poi chiamando l’ovazione per i pompieri (“Facciamo un applauso ai vigili del fuoco”) in bello stile televisivo. Un apologo che ci dice questo: le vie del Signore saranno infinite, ma anche la manutenzione è importante.

Ovvio che ci sono cose che non sapremo mai.

La prima: tutto il resto che il papa avrà detto nell’Angelus a cui nessuno avrà fatto caso, perché la notizia è solo l’ascensore (Google: “papa ascensore”, un milione e 120.000 risultati già qualche ora dopo).

La seconda: da solo? Con qualcuno? Con chi ha diviso il Santo Padre quei minuti di forzata ristrettezza e intimità? Siccome gli vogliamo bene ci piacerebbe pensarlo bloccato con qualcuno di carino, simpatico, disponibile alla… ehm… consolazione, aperto al dialogo e… Insomma, impossibile non pensare all’irresistibile Stefania Sandrelli trentenne (al massimo della sua potenza, diciamo) che restò bloccata in ascensore con il Monsignor Alberto Sordi (“Quelle strane occasioni”, 1976, in regia la serie A di quando nessuno faceva la commedia come noi: Loy, Magni, Comencini, che firma l’episodio “L’ascensore”, appunto). Si perdoni l’accostamento osé (e non dico qui della Sandrelli, ma del marpionissimo albertosordismo del Maestro Sordi vestito e svestito da prelato), ma è probabile che il papa, anche se un papa alla mano, faccia una vita assai grama, densa di impegni, seccature, trame, nomine, viaggi faticosi, sveglie all’alba… venticinque minuti di tregua e di grazia è quel che gli augureremmo per il suo bene.

Non sarà stato così, d’accordo, ma è bello pensarlo, come sarebbe bello e umanissimo figurarsi che il sorriso del Santo Padre, rilassato nonostante la dura prova, rivelasse proprio qualche minuto di piacere terreno. Invece niente. Rimarranno per anni (forse per secoli, trattandosi della Chiesa) le freddure e le barzellette sul povero Francesco bloccato in ascensore, senza, ahilui, la signorina Donatella del film. Peccato.

Restano solo amare considerazioni: per esempio che le disgrazie non vengono mai da sole e quindi ci aspettiamo adesso un nuovo mattone di Dan Brown (titolo: “Gli ascensori del Vaticano”). E poi, diciamolo, se si rompe l’ascensore del papa, hai voglia a lamentarsi per l’ascensore sociale che non va. Senza contare che nessuno di noi sarebbe uscito dopo 25 minuti di blocco, gli allarmi, i pompieri, con quel sorriso e quell’aria serafica: tutti avremmo tirato giù santi e madonne, oltre naturalmente alle minacce di brutta morte per l’amministratore del condominio, quelli della manutenzione, i vicini che non sentono le grida. Lui no, perché è meglio di tutti noi (non che ci voglia molto), e gliene va dato atto.