NUOVI EQUILIBRI CRIMINALI A ROMA. LA RESA DI GAUDENZI E IL TRAMONTO DELL’ERA CARMINATI

Omicidio Piscitelli

Il regno criminale di Massimo Carminati è definitivamente tramontato, a gestire gli affari oggi nell’area nord di Roma e a nord di Roma sono subentrati altri soggetti. Questo ci raccontano i due video registrati da Fabio Gaudenzi, passamontagna calato, in calzoni corti, bastone da passeggio e una pistola calibro 357 in mano, poco prima di consegnarsi alle forze dell’ordine per rivelare, sostiene, chi ha dato l’ordine di premere il grilletto che ha ucciso l’ultras laziale Fabrizio Piscitelli, Diabolik, ritenuto dagli inquirenti a capo di un imponente traffico internazionale di droga. La diversa fede calcistica, Gaudenzi era leader di “Opposta Fazione”, gruppo di estrema destra di ultras romanisti, la cui effige compare alle sue spalle nei video, non è mai stata d’ostacolo al forte legame tra i due personaggi, che, parole dello stesso Gaudenzi, hanno fatto parte di un gruppo “d’elite” fascista con Carminati. Gaudenzi, 47 anni, è stato condannato da latitante a due anni e otto mesi per usura nel processo per Mafia Capitale, considerato dagli investigatori l’esperto di riciclaggio del gruppo criminale. Alle 11.17 del 16 giugno 2014 Gaudenzi viene intercettato dagli inquirenti mentre dall’Africa parla di affari con un capo del gruppo degli albanesi a Roma usando una linea fissa del Burundi. E questo dà l’idea del suo ruolo molto oltre l’ideologia rivendicata.

Gaudenzi si consegna

I carabinieri si sono presentati presso l’abitazione di Formello di Gaudenzi, in seguito alla denuncia di un vicino che aveva udito due colpi di pistola provenire da casa sua. L’uomo però ha “preteso” e ottenuto di essere arrestato dalla Polizia, “Sono rimasto solo io”, spiega nel filmato, presentandosi come l’ultimo soldato di una guerra di malavita ormai persa ma spacciata per guerra ideologica. La paura di fare la fine di Piscitelli e la decisione per istinto di sopravvivenza di consegnarsi alle autorità è accompagnata da un elenco di nomi, che non riportiamo per tutelarne la tranquillità, a cui viene promessa la morte se non lasceranno Roma nel giro di tre mesi. Minacce di difficile esecuzione ma che rivelano l’isolamento del gruppo Carminati nella criminalità romana, con il “Cecato” ormai in carcere da cinque anni.

Non è uno qualsiasi Gaudenzi. Parlerà, dichiara nei filmati, solo con il dottor Nicola Gratteri, procuratore simbolo dell’antimafia a Catanzaro. “Siamo fascisti e non mafiosi, voglio essere condannato per banda armata e non per mafia”, tiene a precisare, raccontando di far parte dal ’92 insieme a Piscitelli di un gruppo di elite di “Fascisti di Roma nord” guidato da Carminati. Fa i nomi dei componenti del gruppo, tutti morti tranne lo stesso Gaudenzi, Carminati e Riccardo Brugia in carcere e, un po’ a sorpresa, Maurizio Boccacci. Gaudenzi ha militato nel Movimento Politico Occidentale di Boccacci, ma oggi Boccacci, presenza costante tra il pubblico al processo contro Carminati e Buzzi, sembra più defilato dalle pratiche attive di quel “nucleo storico” enumerato da Gaudenzi che lo chiama in causa.

Maurizio Boccacci

C’è un riferimento molto importante invece tra i nomi dei fascisti “d’elite”, quello di Elio Di Scala detto “Kapplerino”. Gaudenzi il 23 giugno del 94 venne ferito durante una rapina in cui Di Scala rimase ucciso dopo aver ucciso un metronotte. In quell’occasione erano entrambi imbottiti di cocaina, così come accadde a Di Scala qualche tempo prima quando, da poco scarcerato per motivi di salute, uscì sul balcone di casa sparando due colpi di pistola per essere subito dopo di nuovo arrestato, una modalità che ha fatto ipotizzare a fonti ben inserite nella consorteria dell’estrema destra romana che Gaudenzi volesse in qualche modo ricordare con l’arresto di ieri proprio i fasti consumati con l’amico di gioventù.

Bisogna fare molti passi indietro per comprendere il significato dei messaggi lanciati da Fabio Gaudenzi, secondo alcuni commenti sui social visibilmente sotto l’effetto di stimolanti mentre parla. Ma prima di tutto le sue parole vanno soppesate una per una e confrontate con la sua storia e quella della banda Carminati. “Siamo fascisti, non mafiosi e a me e a Carminati fa schifo la droga”, tiene a chiarire subito Gaudenzi nonostante, come detto, l’impressione che sia sotto l’effetto di stupefacenti in almeno uno dei due filmati. Nei video, girati a qualche ora di distanza l’uno dall’altro, il movimento della camera fa pensare che ci sia qualcuno che lo riprende, ha sempre gli stessi abiti, come se il secondo, dove la voce è meno tesa, fosse stato girato al termine di una notte condita da alcaloidi e non conclusa con il sonno. Non sta parlando del consumo personale di droga ma del traffico che la gestisce, un’accusa per la quale Carminati non è mai stato condannato. Eppure, ci racconta Lirio Abbate su l’Espresso nel 2015, “Nell’ultima inchiesta su mafia Capitale c’è un collaboratore di giustizia, Roberto Grilli, che racconta come Carminati ha trovato i finanziatori ed ha fatto da intermediario per un traffico di 503 chili di cocaina”. Grilli però ritratterà, come molti altri, secondo gli inquirenti per paura del potere di ritorsione del “Cecato” nonostante sia già da diverso tempo in carcere sottoposto al regime duro del 41bis.

Carminati incontra Senese

Prendiamo un’altra immagine, di un video stavolta girato dagli inquirenti che indagavano su Mafia Capitale. L’incontro tra Carminati e Michele Senese, ritenuto dagli inquirenti e dalle inchieste giornalistiche dell’Espresso un esponente del clan Moccia di Afragola e militante nella Nuova Famiglia della camorra di Carmine Alfieri, sbarcò al Tuscolano sul finire degli anni Ottanta, nel momento in cui la Banda della Magliana si stava dissolvendo. Senese, che va però ricordato fu assolto dall’accusa di associazione mafiosa, controllerebbe i traffici nel quadrante a sud est e a est di Roma, fino al confine con la zona nord controllata da Carminati. Il 30 aprile 2013 i due s’incontrano in un bar di Collina Fleming, sempre a nord di Roma. Dopo alcuni convenevoli i toni si riscaldano e Carminati, prima di andarsene, con il braccio destro steso sul fianco punta il braccio sinistro come una minaccia nemmeno tanto velata contro l’alleato in affari. Commenterà Antonio Mancini, detto l’Accattone, esponente pentito della Banda della Magliana: “Gambe larghe, la mano puntata contro Senese, la mano destra giù come se avesse la fondina. Sembra il cinematografo. Senese che se ne va con la coda in mezzo alle gambe nonostante avesse un guardaspalle e Carminati fosse solo. Se aveva la pistola non lo so se sarebbe tornato vivo. E Michele Senese non è un camorrista qualsiasi”.

Massimo Carminati, detto “il cecato”

In quella scena quasi da film western possiamo trovare molte spiegazioni alla posizione di Carminati, al suo ruolo di re dei re di Roma. Al fatto che probabilmente, come sostiene Fabio Gaudenzi, non traffica direttamente droga ma ha avuto un ruolo “politico”, di gestione dei traffici garantiti dalla sua persona, in grado di controllare come un vero padrino le pedine politiche e giuridiche in grado di garantire a lui e ai suoi accoliti l’impunità, per un potere di ricatto che gli investigatori ritengono acquisito dopo la rapina del 1999 al caveau della Banca di Roma all’interno del palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Ecco cosa ci racconta quindi la spettacolare autoconsegna di Gaudenzi alla polizia: quell’equilibrio è finito, Carminati non è più il re e i suoi uomini non controllano più un territorio che, dopo cinque anni di assenza del “Cecato”, ha trovato nuove alleanze e nuovi boss. Non si può quindi escludere che nelle prossime settimane altri episodi di violenza ci permetteranno di capire la nuova mappa del potere criminale a Roma