DIETRO LE QUINTE

DI CORRADINO MINEO

 

Tocca a Conte convincere il Parlamento che il suo governo può partire, che l’alleanza fra 5Stelle e Pd può reggere, nonostante anni di insulti vomitati dai primi sui secondi e in parte ricambiati. Dimostrare che una forza anti sistema -né destra né sinistra-, finita a far da stampella alla destra peggiore, possa rinascere governando con la “sinistra”. E che una forza di sinistra, che aveva abbandonato le sue ragioni sociali per provare a gestire il capitalismo, facendosi establishment -se non casta- possa ora ritrovarsi in una battaglia per salvare il pianeta dalla distruzione e l’Italia dalla corruzione e dalle mafie. E per combattere le disuguaglianze e gli abusi di potere che hanno spostato verso destra i ceti più deboli.
Ardua impresa, soprattutto nell’inizio. Per questo il Caffè di ieri l’altro si era permesso di citare Hegel e il problema -secondo molti filosofi successivi irrisolto- del “cominciamento”. Perché poi, dopo l’abbrivo, una volta avviata la macchina, il governo proseguirà a lungo, spinto da una robusta forza inerziale. Perché mai condizioni e contesto mi sono parsi a tal punto favorevoli per un governo. E questo a causa della crisi economica e della minaccia di recessione, non “nonostante” la crisi. Perché la Germania, dopo aver umiliato i greci e vilipeso noi italiani, ora dovrà cambiare verso e tanti capitali accumulati. Perché Francia, Germania, Olanda sanno di dover rafforzare Europa ed Euro, per non restare stritolati nel morsa dei nazionalismi, di Trump e Putin. Perché l’Italia diventa indispensabile per l’Unione e per l’Euro, davanti alla minaccia del Brexit e dell’uso che Trump vuol fare del dollaro.
Ma oggi voglio andare più a fondo -per questo il testo scritto e, forse, indigesto-, voglio parlare di Pd e % Stelle e vedere come sono già cambiati e come potrebbero cambiare.
Il 26 maggio il Movimento ha totalizzato 4milioni e mezzo di voti. Dopo un anno al governo con Salvini 6 milioni di italiani non sono andati alle urne per confermare il loro appoggio ai 5Stelle. Di Maio non poteva dunque, a nessun costo, rischiare elezioni anticipate. Oltretutto con una legge, il Rosatellum, che assegna oltre un terzo dei seggi a chi è capace di coalizzarsi e prendere un voto in più dei concorrenti. Inoltre il Movimento, avendo difeso Salvini dal processo per il sequestro della Diciotti, avendo condiviso la politica dei “porti chiusi” e votato i decreti “sicurezza”, e avendo insultato -nella foga oltre ogni limite- il Pd, non aveva altra via che continuare nell’alleanza, sperando che il tempo potesse lenire qualche ferita.
Dopo il 26 maggio, il Pd, con i suoi 6 milioni di voti e il 22,6%, parlò di ritorno tendenziale al bipolarismo: a destra la Lega -34,3% e nove milioni di voti- a sinistra il Pd e cespugli: Insomma, Zingaretti sembrava ora condividere l’idea renziana che la prima partita fosse sgonfiare il parto di Grillo, per vedersela, poi, con la nuova destra. Naturalmente questo a Renzi (e Calenda) non bastava: troppa la differenza di peso con Salvini e di qui l’accusa al segretario di aver sbagliato a perder tempo con la sinistra, invece di guardare al centro.
Qui si cala l’asso (rivelatosi poi un due di picche) di Matteo Salvini. Il quale ha pensato più o meno così. Le masse (e le spiagge) mi adorano, devo sfruttare il momentum! È possibile che arrivino altri guai giudiziari (sequestro per la Open Arms, sviluppi dell’inchiesta russa), mi devo mettere al sicuro perché sulla “protezione” dei 5 Stelle non posso troppo contare. Ho promesso la Flat Tax, l’Europa non mi farà sconti, Conte e Mattarella si opporranno a ogni tentativo di uscire dall’euro: dunque mi devo giocare la spesa. Ma Renzi è con me, lo si è visto nel voto sul Tav. E Zingaretti sarebbe con me ella eventualità di elezioni anticipate, perché il voto gli consentirebbe di ridisegnare, a sua immagine, i gruppi parlamentari del Pd.
Così pensò il capitano, ma quando provò a incassare la sua (potenziale) immensa forza elettorale, chiedendo a Conte di dimettersi, a camere chiuse per ferie, nelle mani del Presidente della Repubblica, le cose non andarono nel modo sperato. Perché Conte si rifiutò di dimettersi, se non davanti al Parlamento e a fine mese. E Renzi decise, per evitare elezioni in autunno, di revocare il (suo) veto e proporre invece, lui, un alleanza Pd – 5Stelle.
Qui tutto cambia. Perché torna Grillo e benedice il matrimonio fino a rieri considerato contro natura. Grillo che crede sempre meno nella piattaforma Rousseau, come strumento per superare la democrazia rappresentativa -il suo amico Gianroberto non c’è più e il figlio ne porta solo il cognome-, Grillo che ha testa solo per le energie alternative, i progettimdi riconversione sostenibile dell’economia, la ricerca scientifica più libera e innovatrice, Tutte cose che oggi, nel mondo, si infrangono contro le destre dei Trump, dei Bolsonaro, dei Salvini. Il suo “via i Barbari” e poi l’appello “ai giovani del Pd”, sono stati condivisi -come sappiamo- dai “portavoce” dei 5 Stelle, terrorizzati dalla prospettiva del voto, e poi dagli “iscritti certificati”, delusi dalla navigazione incerta e subalterna del Di Maio.
Nel Pd Zingaretti mostrava flessibilità. Renzi ha cambiato verso, ora vuole l’intesa coi grillini? Mi piego ma non mi spezzo. Perchè dopotutto questa intesa ci sposta a sinistra, ci costringe a fare il salario minimo, a rilanciare il welfare, a riprendere i temi dello sviluppo sostenibile e della lotta alla corruzione. Inoltre Zingaretti ha vesto bene come Mattarella e Conte, fondamentali nella costruzione del governo, avrebbero chiesto stabilità e durata dell’esecutivo. L’Europa in crisi, pure. Così il segretario del Pd ha smesso di vagheggiare elezioni anticipate e ha avuto cura di mettere uomini di sua fiducia nei ruoli chiavi della trattativa con l’Europa e del nesso regioni del nord – regioni del sud. Infine, ben sapendo che i 5Stelle non avrebbero rinunciato ad approvare subito la riduzione dei parlamentari, Zingaretti ha deciso di rinunciare al vecchio logo “chi ha un voto in più governi” che di questi tempi favorisce la Lega e Salvini.
Dunque -vedi il Caffè di ieri- legge elettorale proporzionale (con soglia di sbarramento, per evitare il proliferare delle liste a sinistra), e qualche nuova riforma costituzionale (sfiducia costruttiva, la fiducia da votarsi a camere riunite) che porterebbero le legislature – questa e le successive. a durare 5 anni e i governi a formarsi sulla base di accordi post voto, che escludendo gli impresentabili, con cui nessuno vuole allearsi, in primis la Lega di Salvini.
Caro signori, il catalogo è questo. Se il governo parte, il Movimento 5 Stelle avrà tutto il tempo per avviare un processo di revisione interna, che coniughi la critica al sistema con il rispetto delle istituzioni, e di certe forme dell’agire politico. In cambio diverrà protagonista non effimero della scena politica italiana: ”siamo l’ago della bilancia”, per dirla con Di Maio. Zingaretti ha riportato il suo partito al governo, guiderà il rientro dell’Italia in Europa, lasciando libero Renzi di cercarsi altri lidi, ma contando che l’accordo con i 5 Stelle renda assai difficile il formarsi di un nuovo centro renziano, che diventi ago della bilancia o trascinatore di un governo alla Macron, argine moderato all’assalto degli anti sistema.
E la sinistra-sinistra? Come sapete mi sono candidato alle europee per “La Sinistra”: campagna elettorale bellissima e risultato tremendo, 1,7%. L’ho fatto perché ritenevo possibile (e utile) avviare un processo di profonda revisione delle posizioni politiche e del modo di porsi che hanno caratterizzato questa area politica. E ponevo 3 interrogativi. Perché la sinistra anti mondialista e anti liberista ha perso via via consensi fin quasi a scomparire? Quale è oggi l’avversario principale, la mondializzazione neo liberista o il nazionalismo razzista e illiberale? Quale il soggetto a cui rivolgersi per dar gambe a un progetto alternativo, i famosi “movimenti”, gli operai di fabbrica purtroppo sempre più sulla difensiva?
La rivoluzione d’agosto ha però lasciato senza risposta le mie domande. Mi pare che Rifondazione, passata la paura delle elezioni anticipate -Acerbo fu tra i primi a dire che per nessuna ragione si sarebbe dovuto votare-, ritiene che non ci sia nulla o poco da cambiare e si propone come opposizione da sinistra al Conte 2. Ferrero sostiene che operai di fabbrica e proletari impoveriti sono fortemente attratti da Salvini; dunque occorre essere più anti liberisti della destra per recuperare quei soggetti. Sinistra Italiana vede invece nella nascita del Conte 2 un’occasione preziosa per uscire dall’angolo e quindi voterà la fiducia e (se possibile) entrerà a far parte della coalizione di governo.
Secondo me la prima posizione rimarrà marginale (un sassolino in più nel cupio dissolvi della sinistra post comunista), la seconda rischia di rientrare nella sfera d’influenza di Bersani&C, che vogliono usare l’alleanza con i 5 Stelle per ridurre il peso della destra (renziana) nel Pd. La designazione di Speranza alla Salute, e la promessa di annullare i super ticket, si muovono in questa direzione. Può bastare? Davvero il riequilibrio della sinistra è solo questione di rapporti di forza e non invece di cultura, analisi del contesto internazionale, ricerca di una nuova proposta che fondi una battaglia contro le disuguaglianze?
Quello che mi preoccupa della sinistra è questa dimensione puramente tattica, unita al rimpianto dei passati fasti. Invece serve studiare, porre domande, aprire un grande confronto tra i giovani, tra quelle che -con Marx- mi ostino a chiamare “forze produttive”. Per sconfiggere la festa medievale e guerrafondaia non basta aggrapparsi all’Europa né cambiare le regole del voto. Alla piazza MeloSalviniana si risponde uscendo dal palazzo e provocando la partecipazione di grande masse alla politica, alle scelte da fare, alla democrazia.