11 SETTEMBRE 1973, MUORE LA SPERANZA DI UN POPOLO, MUORE LA SPERANZA DI UN MONDO

DI LUCA SOLDI

 

 

 

Quel giorno, quell’11 settembre è morta la speranza di un popolo, è morta la speranza di un mondo.
Non solo del Cile, del continente americano, ma di tutti i democratici.
Togliendo sogni, aspettative, certezze di un riscatto che pareva diventato possibile.
E quel popolo, il Cile ci aveva creduto. I diseredati ci avevano sperato.
Salvador Allende li aveva raccolti e faticosamente li aveva portati avanti, maturandoli politicamente ed offrendo loro “l’opportunità”.
Allende era stato eletto il 4 settembre 1970 come anima e Presidente del Cile ma già da prima aveva incarnato quel vento della speranza che ogni tanto la storia ci offre.
Laureatosi in medicina all’Universidad de Chile, ne era poi stato allontanato. I suoi ideali, i suoi valori, la vicinanza al dramma degli sfruttati, degli ultimi, dell’intero popolo cileno erano diventati scopo e missione di vita.
Allende ebbe, come come la maggior parte della classe sociale più alta del Cile, un lungo periodo di vicinanza agli ambienti della massoneria e questo, da un lato, lo aiutò, almeno nei primi tempi.
Fu inquisito per motivi politici alla fine degli studi. Nel 1933 partecipò alla fondazione del Partito Socialista del Cile. Successivamente venne eletto deputato del Parlamento cileno nel 1937; quindi nel 1943 fu scelto come segretario dei socialisti.
Ricopri la carica di Ministro della Sanità e delle Politiche Sociali; infine nel 1945 divenne senatore e nel 1966 Presidente del Senato.
Nel 1970 arrivo la vittoria elettorale, come candidato dichiaratamente marxista, oltre che socialista democratico, alla carica di Presidente della Repubblica del Cile, quindi presiedette un governo di coalizione tra socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra.
Una volta insediato il governo di Unidad Popular, Allende iniziò ad operare per realizzare la sua “piattaforma” di riforma socialista della società cilena. Le riforme socialiste di Allende presero il nome di “rivoluzione con empanadas e vino rosso”, a sottolinearne il carattere pacifico.
I suoi pilastri economici e sociali si basarono su una ridistribuzione delle ricchezze del paese, con nazionalizzazioni, ristrutturazione del sistema delle tasse, alfabetizzazione, sostegno alle classi povere. Era la primavera del Cile.
Tutto questo non poteva essere accettato dalla destra che insieme all’influente apparato economico degli Stati Uniti presente in Cile, i servizi segreti agirono in molte occasioni per impedire l’ascesa e dopo provocare il crollo del leader divenuto troppo popolare.
L’isolamento internazionale, le paure che il paese finisse sotto l’influenza dei grandi regimi comunisti, l’inflazione fomentata dalle aumentate spese statali ma anche dagli ambienti finanziari, i dubbi della parte moderata del proprio governo lo misero in un angolo.
L’11 settembre 1973, un golpe organizzato dall’esercito, sostenuto dagli Stati Uniti, causò la sua morte in circostanze drammatiche – probabilmente suicida – nel palazzo presidenziale a Santiago del Cile, portando al governo il generale Augusto Pinochet che instaurò una dittatura militare di evidente ispirazione fascista. La repressione fu devastante ed il paese tornò nel buio.
Queste le ultime parole pronunciate a Radio Magellanes prima di morire l’11 settembre 1973:
”Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.
Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza que por lo menos será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición”.