A PROPOSITO DI MICHELANGELO CAETANI

DI SUSANNA SCHIMPERNA

Se si cerca Michelangelo Caetani in rete, si trovano molte cose su di lui: discendente da una delle famiglie nobili più importanti di Roma, scultore e pittore, disegnatore di molti dei gioielli poi realizzati dal famoso orafo Castellani (ne abbiamo parlato qui per il furto e poi il ritrovamento al museo etrusco di Villa Giulia), archeologo, animatore di un salotto frequentato dai maggiori studiosi e artisti dell’epoca (Stendhal, Balzac, Gregorovius…), politico, dantista. Sulla targa della strada a lui dedicata, a lato di palazzo Caetani, una targa lo ricorda proprio come “dantista”.
È difficile trovare, o si trova solo in due righe, il ruolo che invece Caetani ebbe nell’organizzare, guidare e rendere più efficiente il corpo dei vigili del fuoco.
La carica di comandante, anzi di “colonnello” dei vigili del fuoco, come si chiamava allora, gli venne attribuita dal pontefice più come carica onorifica che pensando che lui davvero si sarebbe messo a capo operativamente di quel corpo speciale. Ma Caetani aveva idee e voglia di fare. Roma poteva contare non meno di cento incendi l’anno (il centro era pieno di stalle e fienili, a via della Vite e a San Giovanni, al Palatino come alle Terme di Caracalla o a Borgo Vittorio), e il principe di Teano accorreva di persona ovunque, attraverso scorciatoie che conosceva solo lui. Cominciò ad andare spesso in Inghilterra a cercare ispirazione e nuovi modelli di attrezzi utili, e importò per esempio le pompe a due manubri, di cui in Italia non si conosceva nemmeno l’esistenza. Nel 1839, alla testa dei vigili del fuoco per domare l’incendio durato dieci ore che arse due piani di palazzo Venezia, venne notato e ammirato dalla contessa Calista Rzewuska, affacciata al balcone di palazzo Torlonia: si sposarono poco dopo.
Il principe di Teano non sopportava i francesi. Quando le truppe francesi si stabilirono in città e pretesero di occuparsi anche degli incendi, lui se ne lamentò con tutti: incapaci, presuntuosi, perché non stanno fermi invece di fare danni?
Il punto di Caetani era: il sistema francese è di isolare l’incendio abbattendo le case tutt’intorno, e non vogliono capire che noi, costruendo in modo solido e con pochissimo legno, riusciamo a soffocare le fiamme nella stanza stessa in cui scoppia. Caetani ci vedeva anche della malevolenza o perlomeno della leggerezza, nella distruzione programmatica dei francesi: sono in una città straniera, tra gente che considerano nemica, che gliene importa di distruggere?
Parlò col colonnello del Corps du Génie, gli spiegò il problema e gli strappò la promessa di “tenere gli uomini tranquilli”. Invece, al primo incendio, accorso sul posto Caetani trovò che le truppe francesi avevano già occupato tutte le case vicine, di cui stavano abbattendo i muri e buttando i mobili per strada. Commento di Caetani: «Non possono resistere alla loro tendenza nazionale a immischiarsi, né togliersi dalla testa che sanno meglio di chiunque quel che si deve fare».