COSÌ SI VIVE CON LA PAURA DI ESSERE AMMAZZATI

DI MAURIZIO PATRICIELLO

COSÌ SI VIVE CON LA PAURA DI ESSERE AMMAZZATI
( Articolo apparso su “Avvenire” martedì 10 settembre 2019 )
È uno stillicidio che ritorna a intervalli regolari. Vite eliminate per uno sgarbo, un cambio di casacca, un tradimento. O per quel “delirio di onnipotenza” al quale quasi nessuno degli affiliati sa resistere. La moderna camorra cittadina funziona così. Attira nella trappola un ragazzo di famiglia disagiata, disoccupato, semianalfabeta e nel giro di poco tempo lo trasforma. Il giovanotto inizia ad avere denaro in tasca, potere, abiti firmati, moto di grossa cilindrata. La cosa gli piace, lo manda in visibilio. Ha imparato le regole: essere fedele al capo e nemico giurato dei suoi nemici. Sa che potrebbe essere ammazzato da un momento all’altro. Impara a vivere alla giornata. Ci sono giorni in cui sembra che tutto scivoli tranquillo, le ore scorrono “serene”. È quello il momento più pericoloso, in cui il novello camorrista potrebbe abbassare la guardia. Vivere senza fidarsi di nessuno è impossibile. Per quanto sei scaltro, cinico, diffidente, devi pure riporre la fiducia in un amico, un parente. Il novello camorrista cerca di non ripetere gli errori di quelli che per una parola in più, una disattenzione, un colpo di testa, finirono dritti al camposanto. Ma non basta. Per continuare a vivere occorre una buona dose di fortuna, coraggio, intraprendenza, ma soprattutto la serenità tra i clan. I motivi per cui dalla finta, ipocrita, grottesca pace si passa alle armi possono essere diversi: una partita di droga non recapitata, un’ invasione del nemico nel proprio territorio, antiche vendette rimandate. Ed è guerra. Una guerra che, come tutte le guerre, coinvolge camorristi e cittadini inermi e lascia a terra morti e feriti da entrambe le parti. È successo ancora. Nel giro di due giorni, due pregiudicati, in modo barbaro, sono stati assassinati a Napoli. Il primo, Giuseppe, mentre era alla guida della sua auto su una superstrada. I sicari lo hanno avvicinato e, in modo plateale, gli hanno esploso in testa quattro colpi di pistola. Gli automobilisti sono rimasti atterriti. È terribile vedere un uomo che ammazza un altro uomo. A Napoli, da sabato ha ripreso a serpeggiare la paura. Non passano che poche ore ed ecco che nel bagagliaio di una macchina nei pressi di Scampia, viene ritrovato, avvolto in un lenzuolo, un cadavere. Quel corpo martoriato, tempio dello Spirito Santo, appartiene a Domenico, un giovane di 29 anni. Sembra che fosse proprio lui il bersaglio da colpire, sette anni fa, quando per un madornale scambio di persone venne ucciso il caro e innocente Lino Romano. I genitori di Lino, da quel giorno, non hanno smesso di piangere. Stavolta l’errore non c’è stato. Questi omicidi, feroci e sconvolgenti, intervallati da mesi di finta quiete, stanno a dire che la camorra in città e dintorni è viva e vegeta anche e soprattutto quando le armi tacciano. Che il rischio per i cittadini – come fu per Lino Romano, Maikol Russo, Annalisa Durante, Silvia Ruotolo, Genny Cesarano e tanti altri, – il rischio, dicevo, di finire nel mezzo di una faida non è mai passato. E questa non remota possibilità ci ruba la pace e spalanca le porte alla paura. Paura di uscire di casa, paura di mandare i figli a scuola, paura di essere coinvolti in un fatto di sangue. Purtroppo la camorra continua a esercitare un fascino perverso sulle nuove generazioni. Serve manodopera fresca, si guadagna bene, si fa “carriera” in fretta. E il miraggio del benessere immediato allontana lo spettro del carcere e della morte. E tanti continuano a cascarci, coinvolgendo nelle loro folli scelte i figli che pur dicono di amare. A “ mamma camorra” sacrificano tutto: le loro forze, la loro intelligenza, la loro volontà, i loro affetti, la loro stessa vita. Siamo addolorati. Non solo per le vittime innocenti, ma anche per loro, per chi ha scelto di vivere a sbafo a danno dei fratelli, di chi ha creduto e crede di sfidare impunemente le leggi dello Stato e della coscienza. L’albero maledetto della camorra deve essere estirpato alla radice. Per farlo occorre volerlo. E a volerlo devono essere tutti. Convivere con la camorra è straziante, nauseante. Lo Stato non può lasciare i cittadini onesti in balia di queste bande armate e sanguinarie per le quali la vita di una persona vale meno di una manciata di monete.

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