GHIRLANDE NEL CIELO DELLA NICCHIA DI SAN BERNARDINO

DI VANNI CAPOCCIA


La storia dell’arte è ricca di enigmi che sembrano o sembravano insolubili. C’è stato quello sull’autore delle “Tavole Barberini” sulle quali Federico Zeri ha scritto un bellissimo libro d’arte che sembra un romanzo giallo nel quale l’assassino da scoprire alla fine di un lavoro indiziario era l’autore delle tavole individuato in Giovanni Angelo d’Antonio da Camerino. Un’indagine talmente avvincente che quando individuarono in Fra’ Carnevale l’autore delle tavole ci rimasi male al pensiero che Zeri non avesse fatto centro.
Altro rompicapo il ciclo francescano della Basilica superiore d’Assisi. Per tutti di Giotto tranne che per un minoritario ma agguerrito manipolo di studiosi, tra i quali c’era Federico Zeri, convinti che sia d’ambito romano.
Ma chi resiste con più tenacia ai tentativi d’individuare i suoi autori è la “Nicchia di san Bernardino” del 1473 alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Otto tavolette raffiguranti miracoli di san Bernardino che formavano una nicchia probabile custodia d’una statua di san Bernardino.
Pietro Scarpellini ricordava che per il restauratore Piero Nottiani l’unica cosa certa era che c’aveva lavorato il Pintoricchio. E questo è innegabile, come è certo che vi lavorò una compagnia di artisti, tra i quali il Perugino è probabile abbia avuto una posizione predominante, che si scambiavano i pennelli persino nella stessa tavoletta.
Per il resto buio assoluto. Finora tutti i tentativi fatti per individuare chi vi abbia lavorato e cosa abbia fatto sono sfuggiti dalle mani degli storici dell’arte come le anguille sfuggono da quelle dei pescatori.
E allora guardando le tavolette non stiamo a pensare chi l’abbia dipinte, facciamoci prendere per mano dalla loro bellezza, dai loro colori, dalla loro luminosità.
Io per esempio rimango incantato dall’atmosfera cristallina della tavoletta nella quale san Bernardino resuscita un bambino nato morto. Non dai personaggi, nemmeno dall’astratto paesaggio sul fondo ma dal bellissimo edificio in rovina e dal cielo. Sono di una chiarore abbacinante, il bianco del palazzo è investito dal sole e le ombre su di esso evanescenti.
I ruderi in alto, gli esili alberelli che vi si sono annidati, il bianco impalpabile delle nuvole formano ghirlande nel nitido celeste del cielo. Un celeste che sembra contenere tutti i celesti del mondo.